La Città della Cultura LA PREALPINA Sabato 20 dicembre 2003 Pag. 14 LA CITTA' DELLA CULTURA Mai come, quest'anno i banchi e le vetrine delle nostre librerie hanno offerto tanti titoli su argomenti di carattere locale VARESE BOTTEGAIA? NO, FABBRICA DI CULTURA Storia, tradizioni, arte e turismo: una biblioteca di nuovi libri “fatti in casa” Dedicato a chi ama regalare per Natale un bel libro dì qualità, magari fresco di stampa. E magari dedicato alla storia, alla cultura, all'arte, al turismo nel nostro territorio. E vi avvertiamo subito: troverete pane per i vostri denti se siete affamati di pagine scritte nei confini provinciali. Perché basta curiosare tra gli scaffali delle librerie storiche della città per rendersi conto che la carne al fuoco è davvero tanta: negli ultimi dodici mesi, infatti, sono stati dati alle stampe numerosi libri che raccontano uno o più aspetti del Varesotto, soprattutto grazie alla presenza di un manipolo eroico di editori locali che non si stancano mai di proporre titoli nuovi per uno zoccolo duro di aficionados. E allora via, cominciano il nostro viaggio all'interno dei volumi varesini targati 2003, tralasciando volutamente opere del passato ancora in commercio perché considerate classici della tradizione locale: per dare qualche dritta ai soliti ritardatari ansiosi di trovare una strenna particolare. LIBRI STORICI - E' il capitolo più corposo: molti dei volumi usciti quest'anno sono infatti di ispirazione storica. Fra questi ricordiamo "Resistenza contro il nazifascismo nella zona di Varese" di Macchi (Macchione editore, 30 euro), "Qui si vola, storia aeronautica della provincia di Varese" di Grampa (Macchione, 20 euro), "Il lago di Varese, tradizione storia cultura ambiente" (edizioni Ccap, 15 euro), "Varese, Gallarate, Busto Arsizio, cent'anni fa e dintorni", di Francesco Ogliari (Selecta, 27 euro), "Varese memorie cronologiche 1847-1903" di Clemente Maggiora e Giampiero Buzzi (Lativa, 21 euro). E poi ancora le riedizioni dei "Documenti varesini - tavole" del Borri (Iuculano, 19 euro), "Antiche testimonianze del territorio varesino" di Daria Giuseppina Banchieri (Macchione, 35 euro). LE TRADIZIONI LOCALI - In questa categoria sempre più apprezzata dai lettori nostrani, in linea con la riscoperta dei dialetti di questi ultimi anni, segnaliamo “I nost paroll", edizione aggiornata e arricchita con nuove voci del mitico vocabolario bosino di Clemente Maggiora e Natale Gorini (edizioni Famiglia Bosina). E' appena uscito anche "Cà e gesa" (cofanetto con libro e cd) della cantante-antropologa comasca EIsa Albonico, che raccoglie le canzoni popolari dell'alto Varesotto e diverse foto antiche (edizioni Il bozzolo, con il contributo della Provincia). Nel cd le filastrocche di casa nostra si fondono con il jazz della band di Paolo Paliaga. E poi: "La tradizione a pezzi" di Luigi Stadera (editrice Compositori). LIBRI FOTOGRAFICI - E' stata appena presentata la terza edizione (riveduta e corretta) del celebre "Passo Passo, 50 itinerari escursionistici tra i laghi Maggiore, Varese, Lugano e Como " con foto di Carlo Meazza (Nicolini editore, 50 euro). Sta avendo molto successo anche “Varese.Beautiful" (autori vari, Macchione, 50 euro) con una raccolta di cartoline d'epoca che ritraggono il territorio. E' uscito ieri ma era già stato prenotato da decine di appassionati il libro con le foto metropolitane e artistiche di Riccardo Ranza e i commenti poetici di Silvio Raffo (Quirici editore, 80 euro). Non dimentiçhiamo poi "Varese 2003, cronaca per immagini e parole" realizzato dai fotoreporter Domenico Ghiotto e Angelo Puricelli e dal giornalista ed insegnante Carlo Zanzi (autore dei testi): almanacco di un anno di cronaca locale ideale per rinfrescarsi le idee sui fatti accaduti dal novembre 2002 al.novembre 2003 (Macchione, 20 euro). ARTE - Anche in questo settore la produzione è piuttosto abbondante. Potrete trovare sugli scaffali "'Un secolo d'arte a Varese" (autori vari, Nicolini editore, 25 euro), "Testori a Varese" (autori vari, Silvana editore, 15 euro), "Dopo l'Apocalisse'' di Ginetto Piatti, elenco di tutti, ma proprio tutti gli eventi artistici organizzati a Varese nel dopoguerra (Lativa, 18 euro), "Varese trionfo del Liberty" di Gianfranco Ferrario (Macchione, 30 euro), "Sculture dei Sacri Monti sopra Varese" di Silvano Colombo (Nicolini editore). TURlSTI PER CASA - Riscoprire il territorio attraverso atlanti e carte escursionistiche dedicate alle valli e ai monti di casa nostra. Leggere per credere. Cominciamo da "Atlante dei Sacri Monti prealpini" di Zanzi (Skira editore). Proseguiamo con "Laghi minori della terra prealpina", 24 acquerelli di Vittore Ceretti e testi di Luigi Zanzi. E poi: "Concerto di voci per il Sacro Monte", testimonianze sul più bel balcone di Lombardia (Lions club Varese host, 20 euro). Ci sono anche l"'Atlante Varese Verbania e 171 comuni delle province" (autori vari, Orteglio editore, 23 euro), "Varese, la città Giardino" di Bianchi (Macchione, 11 euro), "Varese e le sue valli" (autori vari, Editalia, 1 euro), "Sentieri e mulattiere, 30 escursioni" di Miozzi (Macchione, 11 euro). E, infine, chi vuole iniziare un viaggio da brivido nel nord-ovest alla ricerca di spiriti e case stregate, l'ideale è "Fantasmi nostri" di Corbella (Macchione, 16 euro). MI RICORDO, SI' IO MI RICORDO - Sta andando molto bene “100,700, l'unica radio libera dell'occidente occupato", rievocazione degli anni d'oro dell'emittente di via Walder attraverso le testimonianze degli autori di allora (Nem, Nuova Editrice Maenta, 13 euro, ricavato a favore dell'associazione Varese con te). Elisa Polveroni LA PAROLA AI VENDITORI Alto gradimento per le"strenne" e per il regalo di Natale "'bosino" (e.p.) - Li cercano, li sfogliano, li comprano, li regalano: sì, ai lettori varesini piacciono davvero i libri sulla storia e sulle tradizioni locali sfornati dai prolifici editori di Varese e dintorni. La conferma arriva dalle maggiori librerie della città, che in questi giorni di grandi acquisti mettono in bella vista sugli scaffali i volumi dedicati al nostro territorio. «Come in altre città d'ltalia, anche a Varese si è registrato un rifiorire dell'editoria locale - dice Eligio Pontiggia dell'omonima libreria di corso Moro -. Il fenomeno è iniziato con alcuni libri di Silvano Colombo e di Francesco Ogliari. Ora l’offerta è decisamente aumentata". Un'impressione confermata da Luca e Giovanna, della Libreria del Corso in corso Matteotti che raccontano: «Uno dei libri più venduti è "Varese beautiful", ma vanno molto. bene anche "Varese, l'anima di confine" (con le foto di Riccardo Ranza e le poesie di Silvio Raffo), e "100,700" sulla Storia di Radio Varese che ha venduto centinaia di copie. Questi titoli possono essere considerati davvero come la strenna del Natale 2003. Senza dubbio si tratta di opere che hanno un mercato, soprattutto nel caso del libro artistico e fotografico». Ma chi richiede questi libri? «Dipende, ci sono diverse tipologie –spiegano alla libreria Veroni di via Robbioni-. C'è l'appassionato di storia, delle tradizioni locali e delle memorie di una volta. Ci sono i nonni che cercano nel libro le testimonianze del passato, chi vuole fare ricerche storiche. Si tratta comunque di opere molto richieste». Ma non dappertutto, se è vero che in altre librerie varesine il fenomeno è meno marcato: «Dipende molto dalla specializzazione del negozio - dice ad esempio Rosa Addeo della libreria Croci di via Corno -. Nel nostro caso i libri su Varese sono richiesti da un pubblico di nicchia e da persone di una certa età, mentre noi attiriamo una clientela giovane che cerca soprattutto narrativa». LA PAROLA AI PRODUTTORI Piccoli editori non per denaro ma per amore. Uno zoccolo duro di lettori fa quadrare i conti (e. p.) - Forse è eccessivo definirli eroici, eppure qualcosa di coraggioso dietro le mosse di Rino Nicolini, Giuseppe Redaelli della Tipografica Varesina, Pietro Macchione e Dino Azzalin della Nem, la Nuova editrice Magenta. Editori da generazioni o attivi da un decennio. Varesini per nascita o d'adozione, ma con un elemento in comune: la passione per le tradizioni, la storia e le bellezze di casa nostra. Una passione condivisa da uno zoccolo duro di lettori che non si perdono nemmeno un titolo per approfondire la conoscenza di un territorio capace ancora di regalare sorprese ed emozioni. Una passione che però non è sinonimo di incassi milionari e di vendite record in libreria. «Noi non produciamo libri per il successo economico – dice Giuseppe Redaelli, patron della Lativa e neopresidente dell'associazione Varesevive -. Nel 2003 ci sia m concentrati su edizioni storiche e cronologiche non destinate ad un ampio pubblico di lettori, ma molto rilevanti per future ricerche di carattere storiografico. La nostra attenzione per il territorio poi è da intendere in senso ampio: per questo ho partecipato alla nascita di Varesevive, per testimoniare un impegno a valorizzare la città in tutte le manifestazioni, non soltanto in quelle editoriali». . Editori sì, ma soprattutto promotori di cultura a 360 gradi, come ribadisce Dino Azzalin, dentista-poeta-editore che festeggia il boom di vendite del "suo" “100,700", dedicato a Radio Varese: «abbiamo quasi esaurito le copie del volume nel giro di un mese – ci ha raccontato-. Siamo molto soddisfatti di questo successo». Ancora una volta i lettori varesini si sono dimostrati sensibili alle tematiche della solidarietà, visto che il ricavato andrà a sostegno di "Varese con te". E' una conferma che i libri locali di alta qualità possono avere un mercato, a patto però che siano sì autoctoni e quindi profondamente radicati sul territorio, ma anche cosmopoliti, aperti ad ambiti diversi, capaci di uscire dai nostri confini personali». Come a dire, varesini sì, ma non troppo: sarà anche per questo che il libro su Radio Varese, come conferma l'attenzione della stampa nazionale, sta suscitando curiosità anche al di là dei confini provinciali. Eppure, come dicevamo, soprattutto nel caso dei piccoli editori, non sempre questo mestiere garantisce entrate milionarie: «Anzi, in qualche modo si deve tirare la cinghia" dice Piero Macchione, forse il più prolifico degli editori prealpini-. Sostanzialmente io lo faccio per passione ormai da dieci anni: i margini di guadago non sono elevati. Se il titolo è di buon livello si vendono 600-1000 copie, non di più. Eppure possiamo contare su una nicchia di lettori fedelissimi, soprattutto negli ultimi anni, che hanno visto crescere sempre più il successo dei libri di storia locale. Ultimamente si è risvegliato l'interesse per il territorio e per le sue tradizioni. I volumi, però, non devono costare troppo: noi ci siamo attestati su cifre medio basse, puntando su libri strenna come quello dedicato ai cento anni del volo o le raccolte dedicate alla storia locale dei diversi paesi, da Bardello a Malnate alla Valcuvia. Siamo riusciti anche ad espandere il nostro raggio verso Como e il Vco».
18 Dicembre 2003Gazzetta dello Sport diEnrica Speroni
Scritti per Sport Gazzetta dello Sport – 18 dicembre 2003 Rubrica “Scritti per sport” – Novità in libreria a cura di Massimo Ciuchi Trent’anni dopo, Radio Varese. Anzi, quelli di Radio Varese. Che oggi vivono vite diversissime in posti diversissimi ma hanno sentito il richiamo della foresta nella e-mail, datata 15 luglio 2002 h. 1.24, di Maria Bianucci e hanno risposto con una pagina, un ricordo, una poesia, un’altra e-mail e via scrivendo, fino a comporre un libro corale che si può leggere saltabeccando, lasciandoci incuriosire da un titolo o fidandosi di una firma o perché accalappiati da una foto. Trasferte seguendo lo sport sui campi semideserti della serie C (di calcio) o nei palazzetti pieni di gloria (con il basket). E quella radiocronaca di un match di pugilato disputato a Cleveland (Ohio, Usa) fatta... guardando Tele Milano. Si erano divertiti ed erano diventati grandi insieme i ventenni di Radio Varese e ci hanno messo pochissimo, quasi trent’anni dopo, a ritrovarsi e a riprendersi i ricordi. Eccoli: chi giornalista, chi imprenditore, chi operaio, chi insegnante, chi (uno, Maroni) ministro, c’è un filo rosso a piede pagina che li identifica con un flash. Il risultato è in questo libro: piccole storie di varia umanità che lasciano tracce. Sorrisi. E anche un po’ di invidia. Enrica Speroni.
15 Dicembre 2003Film Tv settimanale di Cinema n°50 diMauro Gervasini
Posta e Risposta FILM TV, settimanale di cinema, n°50 (14-20 dicembre 2003) - www.film.tv.it Rubrica posta & risposta – filo diretto con i lettori (p.110) Cari amici di Film Tv, sono un lettore della provincia di Savona appassionato di cinema e musica, che si barcamena tra il duro lavoro in una tipografia e l'impegno in una piccola radio libera. Di questo voglio parlarvi: ho saputo da un amico che su "La Repubblica" è uscita la recensione di Gianni Mura di un libro intitolato Radio Varese - 100.700 L'unica radio libera dell'occidente occupato che sto cercando di procurarmi in tutti i modi. So che nell'articolo si faceva riferimento a questa emittente, credo "spenta" da molti anni; come a uno dei primi esperimenti di emittenza radiofonica indipendente nel nostro paese, una fucina di talenti, dato che da lì sono usciti importanti giornalisti e persino un ministro. Il mio interesse è particolarmente vivo perché nella piccola radio con cui collaboro si fatica a tirare a campare per motivi economici ma si coltiva un sogno comune, quello finardiano della "radio libera ma libera veramente", slegata dalle regole commerciali dei network nazionali ma anche dal localismo tristanzuolo che caratterizza molte emittenti regionali. La radio dovrebbe essere invece punto d'incontro di idee diverse, di espressioni culturali composite (soprattutto musica ma non solo musica) esperienze umane e percorsi se non univoci per lo meno condivisi. E veniamo a voi: potete dirmi come recuperare il libro di cui ha parlato così bene Mura? Potreste cominciare anche voi a trattare l'argomento "radio libere" con un maggiore spazio, dato che secondo me sono proprio queste piccole realtà a coltivare il vero pluralismo? GIGIO BINIK Caro lettore, rispondo io per la redazione perché sono stato per quasi dieci anni un assiduo ascoltatore di Radio Varese (“spenta", come dice lei, nel 1989). L'amavo per motivi musicali: in un'epoca (gli anni '80) dominata da new wave, new romantic e post-glam, vi si ritrovavano riuniti i partigiani del rock. Con la pubblicazione del libro collettivo sulla storia della radio (254 pagine, 13 euro, la mail della casa editrice è info@nuovaeditricemagenta.it) ne ho finalmente conosciuto la storia, veramente avventurosa. Questa "unica radio libera dell'occidente occupato" nacque come voce di quel Movimento protagonista del '77 (come Radio Alice, Radio Sherwood e Radio Popolare) ma prima delle "sorelle maggiori", quando l'emittenza libera era ancora fuorilegge. E fu un bacino di talenti notevoli: da lì sono usciti citiamo in ordine sparso - uno dei migliori critici musicali d'Italia, il critico Tv di "La Repubblica", un vicecaporedattore, un inviato e un caposervizio del "Corriere della Sera", il vicecaporedattore del TG3 e, per farla breve, un nucleo compatto di persone coinvolte in diversa maniera nel mondo della comunicazione. Leggendo il libro (al quale si perdona qualche eccesso di reducismo, ma che fa invidiare anni e "partecipazioni" davvero formidabili) si possono trarre alcuni insegnamenti. Forse quello più importante è che una radio per essere libera "ma libera veramente" deve essere apartitica ma non apolitica, perché anche scegliere di non sottostare alle playlist musicali imposte dall'ufficio commerciale è una scelta politica. Purtroppo, caro lettore, occuparsi di radio in modo più approfondito di quanto già non facciamo (siamo tra i pochi giornali, tra l'altro, che ancora pubblicano la filodiffusione) esula un po' dal nostro campo d’azione. Se però le radio pensano di avere programmi particolarmente interessanti da segnalarci, possono mettersi in contatto con la nostra redattrice Marì Alberione, scrivendole alla mail del giornale. MAURO GERVASINI
14 Dicembre 2003Settimanale LUCE diAndrea Giacometti e P.fausto VedanF
E' un come eravamo... Settimanale LUCE 14 dicembre 2003 – p.10 E’ UN "COM'ERAVAMO" in piena regola, una via di mezzo tra un raduno di "combattenti e reduci" e l'appuntamento autocelebratorio ad uso della "meglio gioventù" varesina anni Settanta. "100,700. L'unica radio libera dell'occidente occupato", il volume dedicato all'esperienza di Radio Varese, e pubblicato dalla Nuova Editrice Magenta, ha il tono della testimonianza diretta dei protagonisti, con generose concessioni ad ingenuità e passioni di quegli anni, qualche punta di narcisismo, e scarsissimo interesse a rileggere quegli anni con l'auspicabile senso critico. Il volume alterna le testimonianze dei ragazzi di allora, spezzoni di cronaca nazionale, ricostruzione di gusti musicali e politici di quel decennio, istantanee fotografiche realizzate negli studi della radio, scatti dedicati ai miti della musica di passaggio nella grigia Varese (da Gianna Nannini al "mitico" Guccini). Una galleria di voci e frammenti che, riproposti dentro una cornice grafica accattivante, cerca di ricostruire un'esperienza significativa, alla quale partecipò anche Roberto "Bobo" Maroni, prima giovane musicista e successivamente ministro berlusconiano. Certo, questo "amarcord" assume tutt'altro significato se lo si considera dall'interno di quell'esperienza, da protagonista o da fan di Radio Varese. Ma come insegnava il film "Radiofreccia", sorprendente esordio del Ligabue regista, anche la vicenda di una radio libera di provincia può custodire in sè significati più generali, può trasmettere sentimenti più ampi, può parlare di un'intera generazione, o di gran parte di un Paese. Non sembra questo il caso del volume dedicato alla vicenda della radio delle tre scimmiette varesine (che vedono, sentono, parlano). Si avverte l'incapacità di molte storie riportate nel libro di superare i con" fini delle biografie personali, pur rispettabili, dei protagonisti di allora, e non manca neppure qui e là qualche tentazione goliardica. Ma al di là di queste riserve, resta un sentimento di invidia per quella lontana stagione di libertà di comunicazione, di pluralità di voci, di varietà di culture. La stagione di Radio Varese, e delle altre mille radio libere che fiorirono ovunque in Italia, appare oggi come una felice zona franca, davvero invidiabile se la si guarda dal presente, sovrastato dalla cappa plumbea del monopolio dell'informazione e assai più misero dal punto di vista del pluralismo. Un presente che guarda con ammirazione anche alla storia di questa "Radiofreccia" in salsa bosina. Andrea Giacometti
11 Dicembre 2003Sette del Corriere della Sera diElio Girompini
Alla vita del Che a puntate....
3 Dicembre 2003La Prealpina diCarlo Zanzi
La mia Radio Varese
29 Novembre 2003La Prealpina diElisa Polveroni
Musica alternativa e microfono aperto... LA PREALPINA Sabato 29/11/03 Pag. 14 Musica “alternativa” e microfoni aperti : al “raduno dei reduci” è tornato in onda lo spirito di Radio Varese. Con la tentazione di riprovarci QUELLA RIVOLUZIONE NELL’ETERE TARGATA VA Buio in sala, parte la musica: gli Inti-Illimani, "Longuita" dall'album "Viva Chile", naturalmente, colonna sonora di un'intera generazione che negli anni ‘70 sognava di cambiare il mondo. Poi prende la parola Maria Bianucci e per un attimo sembra di essere sintonizzati ancora una volta sulle mitiche frequenze di Radio Varese, fondata nel 1976 in via Walder da Sergio Lovisolo. L'energia è la stessa: e, fatto salvo qualche capello bianco in più, sono gli stessi anche i protagonisti, arrivati l'altra sera nel salone della cooperativa di Biumo e Belforte per la seconda presentazione del libro corale "100,700, l'unica radio libera dell'occidente occupato", pubblicato dalla Nuova Editrice Magenta. «Questa era la musica con cui aprivamo le nostre trasmissioni», ha detto subito Maria Bianucci, piccola di stazza ma definita da Bobo Maroni «stridula voce con la forza di un caterpillar». E' lei la giornalista a cui dobbiamo la nascita di questo libro prezioso che raccoglie le testimonianze di 132 collaboratori di Radio Varese che hanno voluto ricordare con assoluta libertà la propria esperienza in FM. Alcuni con entusiasmo, altri (gli, esclusi, i delusi, gli ex) con dosi variabili di risentimento. Altri ancora con la speranza di riattaccare quel microfono in tempi brevi. «Nessun racconto è stato censurato, tutte le e-mail riportate in queste pagine sono integrali», ha chiarito Bianucci. L'altra sera, per la presentazione del volume, c'erano Giancarlo Santalmassi, volto-voce storico del TG1 prima, di Radio Rai e di Radio 24 poi, Cesare Chiericati, direttore varesino del ticinese Giornale del Popolo di Lugano, ai tempi ideatore dell'informazione di Radio Varese, Ivan Berni; tra i fondatori di Radio Popolare e Antonio Dipollina, giornalista di Repubblica che ha firmato la prefazione al libro. L'attrice Cristina Barzi, voce dei 100 e 700 e ora insegnante di movimento scenico a Roma, ha letto alcune testimonianze tratte dal libro. DOVE OSAVA RADIO VARESE - Che cosa ha significato Radio Varese? Come si è inserita nel clima politico ed editoriale del 1976? «In quel periodo (ma mi verrebbe da dire anche oggi) la città aveva un grande deficit informativo, che è stato solo parzialmente colmato da alcune iniziative, fra le quali Radio Varese rimane una delle più brillanti – ha detto Cesare Chiericati, moderatore della serata -. Perché,ha avuto il merito di esplorare territori nuovi e proibiti, quando l’etere era ancora una riserva di caccia della Rai». In effetti i 100 e 700 sono nati proprio nell'anno in cui la Corte Costituzionale liberalizzò ufficialmente l’etere, anche se con qualche mese d’anticipo rispetto alla sentenza definitiva del luglio 1976. Ma com'erano ai tempi i palinsesti radiofonici della RAI, monopolista assoluta? «La programmazione radiofonica della RAI era di una noia mortale - ha detto il vulcanico Giancarlo Santalmassi -. Si annunciavano gli autori, la musica…quattro secondi di silenzio totale. Poi partiva la canzone e alla fine, altri quattro secondi di silenzio. Per non parlare dei bollettini informativi del tutto ingessati. Non esistevano le telefonate in diretta che furono introdotte proprio dalle radio private nate in quegli anni. E cosi la RAI fu costretta ad inseguire sempre le innovazioni. Quello dell'avvento delle nuove radio fu un momento importante, anche se io non sopportavo che si definissero radio libere. Meglio dire private, perché libero, lo ero anch'io». ROCK, DALL'AMERICA ALLE PREALPI - Sarebbe bastata la musica trasmessa da Radio Varese per far parlare di un'emittente rivoluzionaria. Sui 100 e 700 viaggiavano infatti le note politicamente scorrette del rock anni '70, come ha raccontato Ivan Berni: «Allora migliaia di ventenni in tutta Italia presero il microfono e cominciarono a trasmettere la loro musica, il rock. Fu un passo che segnò una netta rottura rispetto al passato. E furono proprio le radio di sinistra a cambiare il suono e a caratterizzare in seguito quello delle radio commerciali. Radio Varese è stata un ottimo laboratorio professionale» . LE VITTORIE DELLA IGNIS VIA ETERE - Radio Varese poteva anche vantare fra i servizi offerti agli ascoltatori le telecronache in diretta dei grandi eventi sportivi, primi fra tutti quelli che riguardavano gli anni d'oro del basket locale grazie alla Ignis di Dino Meneghin, la squadra più forte del mondo, NBA escluso. «lo, che lavoravo a Radio Valenza, invidiavo la capacità di Radio Varese di assolvere ad un compito popolare cosi importante ed innovativo», ha sottolineato Antonio Dipollina. VOGLIA DI LIBERTA' - Insomma, Radio Varese è stata un'esperienza unica sia per gli ascoltatori sia per gli autori, come ha detto il suo editore Sergio Lovisolo: «AIlora lo scopo era quello di consentire a tutti di esprimersi, di rispondere ad un'esigenza di libertà. Non ci rendevamo conto di essere tanto rivoluzionari: ma questa sera ho avuto la certezza che allora il meccanismo funzionò». E la domanda sorge spontanea sulla bocca di Antonio Dipollina: «Non ho capito una cosa: ma questa radio la fate ancora o no?». Elisa Polveroni Rubrica “CONTROCORRENTE” Macigni nello stagno e parole “leggere” agli albori degli anni di Anni di Piombo Il decennio che va da1975 al 1985 è indicato dagli storici come il periodo degli anni di piombo. Si tratta di un'evidente schematizzazione, perché nel fluire del tempo, così come nella vita di ogni singolo individuo, non vi sono mai cesure nette. Eppure quella dizione, gli anni di piombo, contrassegna una delle più tormentate epoche della storia italiana recente. Ciò è vero anche per la storia di una piccola città di provincia come Varese, e per i testimoni di allora. L'apparizione nel panorama giornalistico locale di Radio Varese - nei primi mesi del 1976 - venne a rappresentare una nuova sfida nei confronti di coloro i quali – come chi scrive - erano impegnati sul fronte della cronaca cittadina e della provincia per conto del più antico quotidiano di Varese, la Prealpina; un foglio - stando alle accuse degli ostili - ingessato e governativo. Si trattava di una nuova sfida perché da circa tre anni ci si trovava a dover contrastare la presenza sul territorio di un altro giornale quotidiano, il Giornale di Varese, nato alla fine del '73 a seguito di un miniscisma, ovvero l'uscita dalla casa madre di uno dei suoi giornalisti storici. Solo qualche notazione di carattere generale: nel giugno del 1975 si erano tenute le elezioni amministrative con la partecipazione al voto, per la prima volta, dei diciottenni; i risultati segnarono un forte spostamento a sinistra e provocarono un terremoto nelle amministrazioni locali; alle elezioni politiche dell’anno successivo, nel giugno del '76, risultarono vincenti la DC e il PCI; la Democrazia cristiana manteneva più o meno la percentuale ottenuta alle elezioni precedenti, circa il trentanove per cento, ma a spese dei partiti moderati; sembrava non fosse cambiato nulla, invece quel voto rappresentava una svolta; in Parlamento a Roma, e per certi versi anche nelle periferie, di fatto, erano impossibili le coalizioni di centro, cui mancavano i numeri necessari. Era l'inizio di un rimescolamento delle carte, di un modificarsi di alleanze e di tendenze. Nel mese di giugno del 1976 le Brigate rosse assassinarono a Genova il magistrato Francesco Coco e due carabinieri della scorta. Poco più di un mese dopo a Roma cadeva sotto il piombo di terroristi neri di Ordine nuovo il sostituto procuratore della Repubblica Vittorio Occorsio. La teoria degli opposti estremismi portò forse a sottovalutare la presenza di un radicato fenomeno del terrore politico. In tutt’ltalia, alla fine del '77, si contarono più di duemila attentati, tra assassinii, gambizzazioni, rapine, assalti. Il Varesotto, anche in questo caso, non fu proprio un'isola felice, senza contare per sovrapprezzo che proprio in queste zone, nel triangolo Como-Varese-Milano, allignavano alcune delle più feroci bande di sequestratori di persona. Un nome solo in un tragico elenco di sequestrati mai restituiti ai loro cari: la giovane Cristina Mazzotti, figlia di un commerciante di cereali. Cristina era stata rapita a Eupilio in provincia di Como nel luglio del '75. Poco tempo dopo fu trovata sepolta in una discarica di rifiuti di Galliate Novarese. Tra i banditi che l'avevano sottratta ai famigliari e poi barbaramente trucidata v'erano un paio di varesini "autoctoni". E anche a Varese e in provincia, sul fronte del terrorismo politico, nel giro di pochi mesi si registrarono decine e decine di attentati rivendicati dalle formazioni estremistiche di sinistra, le più svariate: Lotta armata comunista, Brigate rosse, Antifascisti militanti armati, Gruppi armati per il comunismo, Formazioni combattenti comuniste. Il 29 dicembre del '78 due fucilate a pallettoni traforarono, ad altezza d'uomo, la porta di ingresso del giornale La Prealpina, in viale Tamagno a Varese. Il confronto tra i cronisti che allora battevano i marciapiedi era serrato. Radio Varese era riuscita in qualche modo a scardinare l'hortus conclusus dell'informazione professionale locale. Lo slogan con il quale si presentava ai suoi ascoltatori - l'unica radio libera dell'occidente occupato - oggi sembrerà a qualcuno ironico. Ma in quella tragica epoca poteva assumere significati diversi. In una congerie di musica pop, rock e rythm and blues e di famose radiocronache in diretta di partite di calcio e di basket, almeno nella fase iniziale fecero capolino inchieste nelle quali, naturalmente dalla parte degli intervistati, si udirono rancorose reprimende nei confronti dell'informazione locale cosiddetta ingessata, e talvolta pure dileggi e contumelie. Ancora: i testi di alcune canzoni che spesso quasi facevano da contrappunto non erano ironici ("Siamo tutti prigionieri politici, liberiamo i prigionieri politici..."). Si fa un po' di fatica a ricordare, da parte degli intervistatori o dei conduttori, prese di distanza decise, chiare affermazioni di condanna, distinzioni da ogni forma di ambiguità. E anche nel volume pubblicato in questi giorni, che non è un libro di storia ma un magistrale assemblaggio di ricordi di protagonisti spesso all'insegna di un nostalgico "come eravamo", sono rari quei segni di dissenso interno altrove richiamati. Ma sarebbe ingiusto, oltre che tremendamente sbagliato, ridurre in questi termini la vicenda giornalistica e culturale di Radio Varese che, nonostante avesse radunato attorno a sé così tanti giovani engagé dell’epoca, ebbe proprio dal punto di vista dell'impegno un andamento molto complesso. La Radio suscitò idee e provocò, fece riflettere, portò robusti soffi di novità. Fu per tutti un' esperienza importante. E in ogni caso quell'avventura smosse la morta gora nella quale spesso beatamente si annega la nostra piccola città. Non sorprende dunque che l'attuale ministro del Welfare del governo Berlusconi, il leghista Bobo Maroni, uno dei fondatori di Radio Varese, abbia propagandato la diffusione del libro - il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza - ben sapendo che per le sue idee di oggi qualche suo compagno di ieri l'avrebbe volentieri fucilato nella schiena; né sarebbero riuscite a salvarlo le amicizie maturate sui banchi del liceo o dietro i microfoni della radio. E per una sorta di contrappasso la mitica frequenza “centosettecento” passò nelle mani di Radio Padania A quasi trent'anni di distanza non so se la Prealpina risultò essere vincente nella sfida se mai ci fu - tra gli operatori dell'informazione locale. Del resto poi alcuni quella sfida non la vissero nemmeno come tale. Sta di fatto che La Prealpina, la vecchia Bagaina, ha resistito sulla piazza: il Giornale di Varese chiuse i battenti dopo qualche anno; quella mitica frequenza di Radio Varese - centosettecento - per una sorta di contrappasso dantesco oggi è finita addirittura nelle mani di Radio Padania. Molti dei "giovani" nati come cronisti alla radio hanno poi lavorato in giornali ben più ingessati della Prealpina. Altri dalle parti della Prealpina per periodi più o meno brevi sono transitati. E con altri ancora condivido ogni giorno le gioie e le pene del lavoro, il periglioso cammino della vita. Maniglio Botti
29 Novembre 2003La Prealpina diManiglio Botti
CONTROCORRENTE Rubrica “CONTROCORRENTE” Macigni nello stagno e parole “leggere” agli albori degli anni di Anni di Piombo Il decennio che va da1975 al 1985 è indicato dagli storici come il periodo degli anni di piombo. Si tratta di un'evidente schematizzazione, perché nel fluire del tempo, così come nella vita di ogni singolo individuo, non vi sono mai cesure nette. Eppure quella dizione, gli anni di piombo, contrassegna una delle più tormentate epoche della storia italiana recente. Ciò è vero anche per la storia di una piccola città di provincia come Varese, e per i testimoni di allora. L'apparizione nel panorama giornalistico locale di Radio Varese - nei primi mesi del 1976 - venne a rappresentare una nuova sfida nei confronti di coloro i quali – come chi scrive - erano impegnati sul fronte della cronaca cittadina e della provincia per conto del più antico quotidiano di Varese, la Prealpina; un foglio - stando alle accuse degli ostili - ingessato e governativo. Si trattava di una nuova sfida perché da circa tre anni ci si trovava a dover contrastare la presenza sul territorio di un altro giornale quotidiano, il Giornale di Varese, nato alla fine del '73 a seguito di un miniscisma, ovvero l'uscita dalla casa madre di uno dei suoi giornalisti storici. Solo qualche notazione di carattere generale: nel giugno del 1975 si erano tenute le elezioni amministrative con la partecipazione al voto, per la prima volta, dei diciottenni; i risultati segnarono un forte spostamento a sinistra e provocarono un terremoto nelle amministrazioni locali; alle elezioni politiche dell’anno successivo, nel giugno del '76, risultarono vincenti la DC e il PCI; la Democrazia cristiana manteneva più o meno la percentuale ottenuta alle elezioni precedenti, circa il trentanove per cento, ma a spese dei partiti moderati; sembrava non fosse cambiato nulla, invece quel voto rappresentava una svolta; in Parlamento a Roma, e per certi versi anche nelle periferie, di fatto, erano impossibili le coalizioni di centro, cui mancavano i numeri necessari. Era l'inizio di un rimescolamento delle carte, di un modificarsi di alleanze e di tendenze. Nel mese di giugno del 1976 le Brigate rosse assassinarono a Genova il magistrato Francesco Coco e due carabinieri della scorta. Poco più di un mese dopo a Roma cadeva sotto il piombo di terroristi neri di Ordine nuovo il sostituto procuratore della Repubblica Vittorio Occorsio. La teoria degli opposti estremismi portò forse a sottovalutare la presenza di un radicato fenomeno del terrore politico. In tutt’ltalia, alla fine del '77, si contarono più di duemila attentati, tra assassinii, gambizzazioni, rapine, assalti. Il Varesotto, anche in questo caso, non fu proprio un'isola felice, senza contare per sovrapprezzo che proprio in queste zone, nel triangolo Como-Varese-Milano, allignavano alcune delle più feroci bande di sequestratori di persona. Un nome solo in un tragico elenco di sequestrati mai restituiti ai loro cari: la giovane Cristina Mazzotti, figlia di un commerciante di cereali. Cristina era stata rapita a Eupilio in provincia di Como nel luglio del '75. Poco tempo dopo fu trovata sepolta in una discarica di rifiuti di Galliate Novarese. Tra i banditi che l'avevano sottratta ai famigliari e poi barbaramente trucidata v'erano un paio di varesini "autoctoni". E anche a Varese e in provincia, sul fronte del terrorismo politico, nel giro di pochi mesi si registrarono decine e decine di attentati rivendicati dalle formazioni estremistiche di sinistra, le più svariate: Lotta armata comunista, Brigate rosse, Antifascisti militanti armati, Gruppi armati per il comunismo, Formazioni combattenti comuniste. Il 29 dicembre del '78 due fucilate a pallettoni traforarono, ad altezza d'uomo, la porta di ingresso del giornale La Prealpina, in viale Tamagno a Varese. Il confronto tra i cronisti che allora battevano i marciapiedi era serrato. Radio Varese era riuscita in qualche modo a scardinare l'hortus conclusus dell'informazione professionale locale. Lo slogan con il quale si presentava ai suoi ascoltatori - l'unica radio libera dell'occidente occupato - oggi sembrerà a qualcuno ironico. Ma in quella tragica epoca poteva assumere significati diversi. In una congerie di musica pop, rock e rythm and blues e di famose radiocronache in diretta di partite di calcio e di basket, almeno nella fase iniziale fecero capolino inchieste nelle quali, naturalmente dalla parte degli intervistati, si udirono rancorose reprimende nei confronti dell'informazione locale cosiddetta ingessata, e talvolta pure dileggi e contumelie. Ancora: i testi di alcune canzoni che spesso quasi facevano da contrappunto non erano ironici ("Siamo tutti prigionieri politici, liberiamo i prigionieri politici..."). Si fa un po' di fatica a ricordare, da parte degli intervistatori o dei conduttori, prese di distanza decise, chiare affermazioni di condanna, distinzioni da ogni forma di ambiguità. E anche nel volume pubblicato in questi giorni, che non è un libro di storia ma un magistrale assemblaggio di ricordi di protagonisti spesso all'insegna di un nostalgico "come eravamo", sono rari quei segni di dissenso interno altrove richiamati. Ma sarebbe ingiusto, oltre che tremendamente sbagliato, ridurre in questi termini la vicenda giornalistica e culturale di Radio Varese che, nonostante avesse radunato attorno a sé così tanti giovani engagé dell’epoca, ebbe proprio dal punto di vista dell'impegno un andamento molto complesso. La Radio suscitò idee e provocò, fece riflettere, portò robusti soffi di novità. Fu per tutti un' esperienza importante. E in ogni caso quell'avventura smosse la morta gora nella quale spesso beatamente si annega la nostra piccola città. Non sorprende dunque che l'attuale ministro del Welfare del governo Berlusconi, il leghista Bobo Maroni, uno dei fondatori di Radio Varese, abbia propagandato la diffusione del libro - il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza - ben sapendo che per le sue idee di oggi qualche suo compagno di ieri l'avrebbe volentieri fucilato nella schiena; né sarebbero riuscite a salvarlo le amicizie maturate sui banchi del liceo o dietro i microfoni della radio. E per una sorta di contrappasso la mitica frequenza “centosettecento” passò nelle mani di Radio Padania A quasi trent'anni di distanza non so se la Prealpina risultò essere vincente nella sfida se mai ci fu - tra gli operatori dell'informazione locale. Del resto poi alcuni quella sfida non la vissero nemmeno come tale. Sta di fatto che La Prealpina, la vecchia Bagaina, ha resistito sulla piazza: il Giornale di Varese chiuse i battenti dopo qualche anno; quella mitica frequenza di Radio Varese - centosettecento - per una sorta di contrappasso dantesco oggi è finita addirittura nelle mani di Radio Padania. Molti dei "giovani" nati come cronisti alla radio hanno poi lavorato in giornali ben più ingessati della Prealpina. Altri dalle parti della Prealpina per periodi più o meno brevi sono transitati. E con altri ancora condivido ogni giorno le gioie e le pene del lavoro, il periglioso cammino della vita. Maniglio Botti
23 Novembre 2003La Prealpina diDa. Iel.
Città Giardino, un giorno tra dischi e cd Alla Mostra del Disco e Cd – l’ottava, quella che si terrà quest’oggi dalle 9.30 ALLE 18.00 all’Ippodromo di Varese (ingresso a euro 3) – non poteva certo mancare uno spazio dedicato a Radio Varese. La gloriosa emittente “messa a nudo” nel volume, fresco di stampa, dal titolo “100,700 (centosettecento)”; sottotitolo: “L’unica radio libera dell’occidente occupato”. Il libro edito da Nuova Editrice Magenta, sarà presentato nell’ambito di una manifestazione che discofili, semplici appassionati, collezionisti, amanti della memorabilia considerano ormai punto di riferimento della cultura , ma sarebbe senza dubbio corretto parlare di controcultura – musicale. Perché di questo, in parte, si tratta: si parte da Radio Varese, che in anni ancora non sospetti spulciò i generi musicali offrendo informazione e formazione, per arrivare ad una mostra che è sempre più momento di incontro e di riflessione su tutto ciò che riguarda il mondo delle sette note. Dalle scelte artistiche delle major discografiche (opinabili o meno) all’evoluzione (o involuzione?) del mercato, dall’interesse del pubblico, sempre più minato dall’escalation economica che ha interessato in questi ultimi tempi il costo dei cd, dall’inevitabile confronto tra la creatività del passato e quella di oggi. Insomma, non una semplice “mostra”. Piuttosto un’occasione per conoscere e ricordare. Cinquanta espositori, provenienti da tutta Italia, daranno nuovamente vita ad una sorta di “paese delle meraviglie” attraverso migliaia di vinili, cd, settantotto giri, picture-disc, riviste. Per la gioia di chi guarda ancora con ingordigia agli anni Sessanta e Settanta (quante scoperte tra i solchi del Rock-progressive ma anche del Folk e del Jazz) e per le nuove generazioni che spinte dalla curiosità, o forse dalla noia, si lasciano affascinare da un “repertorio discografico” raro e allettante. E dalla possibilità di poter apprezzare ciò che non pensavamo potesse esistere. Ed è proprio a loro che si guarda in questi momenti: se la musica dev’essere, e in effetti lo è, cultura la Mostra del Disco e del Cd ha fatto di tale principio la sua bandiera.
22 Novembre 2003la Padania diSimone Boiocchi
La Padania Si intitola “100,700” ed è il libro che racconta la storia di Radiovarese, la prima emittente radiofonica che ha dato spazio alle idee della Lega Nord. Basti infatti pensare che ai suoi microfoni parlava anche un ragazzo che anni dopo sarebbe diventato ministro: l’on. Roberto Maroni. Ma come hanno accolto il titolare del Welfare e i suoi ex colleghi? Lo abbiamo chiesto a Maria Bianucci, la curatrice del volume. “Per mettere in piedi il libro – spiega -, abbiamo fatto una riunione ogni mese. Questa è stata la prima volta che ho rivisto Maroni dopo tanto tempo e con piacere ho scoperto che è identico a come era quando ci siamo salutati ormai molti anni fa. Nessuno di noi, lo vede come il ministro del Lavoro, per tutti è il << Bobo >>”. Come è nata l’idea del libro? “Quasi per caso, visto che non vivo più a Varese da molto tempo, ho trovato un libro che parla di un ragazzo del nostro gruppo e che purtroppo è venuto a mancare. Amava scrivere poesie e in questo libro che i suoi amici hanno voluto dedicargli ne ho trovata una che aveva scritto per la radio deve partecipava e quello che potremmo definire l’unico programma culturale di Radiovarese. Così mi è venuta l’idea, ma non potevo scrivere io un libro su Radiovarese. La nostra storia, infatti, più che la storia di una emittente radiofonica è una storia collettiva e molto diversa. Ecco perché ho chiesto a ognuno di scrivere qualche cosa”. Una storia di amicizia dunque. “Si. Ci siamo divertiti di nuovo come allora. Questo libro è proprio una storia di amicizie che sono resistite così a lungo. E’ bastato che qualcuno ci cercasse e ci siamo ritrovati”.
22 Novembre 2003La Prealpina diElisa Polveroni
Quelli che... sognavano di cambiare il mondo Radio Varese è tornata a farsi sentire: non dalla storica frequenza dei 100,700, naturalmente, ma dai microfoni della Libreria del Corso dove ieri sera è stato presentato il volume “Radio Varese, 100,700, l’unica radio libera dell’occidente occupato”, il libro edito dalla Nuova Editrice Magenta di Dino Azzalin che racconta gli anni d’oro dell’Emittente varesina fondata in via Walzer nel 1976 da Sergio Lovisolo. La radio che inventò un nuovo modo di fare informazione, con le famose interviste per la strada che davano voce alla gente comune. La radio capace di essere tanto interattiva da riuscire ad organizzare gare di sci improvvise ai Giardini Estensi con centinaia di partecipanti messi in moto dal semplice annunci via etere. E ieri sera c’erano quasi tutti i “ragazzi” che contribuirono a far nascere il mito di Radio Varese: da Maria Bianucci (ideatrice e coordinatrice del libro) a Marco Dal Fior, primo giornalista ad indossare le cuffie per il notiziario, ora caporedattore del Corriere della sera, da Fabio Bruno (direttore dell’Accademia Sant’Agostino, allora conduttore di un programma di musica classica) a Franco Tettamanti, anch’egli giornalista del Corriere, da Mauro Zambellini a Claudio Piovanelli, ora firma sportiva della Prealpina. E tanti, tanti altri ex ventenni che nel 1976 avevano coltivato l’idea di cambiare il mondo: con la musica e l’informazione, con il rock americano e con la passione delle notizie fuori dal coro che sapevano arrivare direttamente alla gente. “Stasera ho trovato persone che non vedevo effettivamente da tren’anni – ha raccontato Maria Bianucci, giornalista-. E’ una serata speciale, anche perché l’idea di scrivere un libro su Radio Varese è nata proprio in questa libreria, quando ho comprato il volume “Mi ricordo Mauro”, dedicato al poeta Mauro Marconi che in radio conduceva la trasmissione culturale “Il castello”. Mi sono detta: ma perché non facciamo un bel libro per raccontare quell’esperienza?”. Detta fatto: è stato sufficiente spedire una valanga di e-mail ai compagni di lavoro di una volta per iniziare un’avventura culminata con la pubblicazione del libro, un’opera corale che raccoglie ricordi, osservazioni e anche idee per progetti fituri. “In queste pagine trovo un’energia che non può essere dispersa – ha detto Marco Dal Fior-. Troveremo sicuramente modo di continuare ad esprimerci, forse non in una nuova radio che avrebbe dei costi proibitivi ma sicuramente in altri modi”. Insomma, questi ex speaker, ora impegnati, i medici, i produttori di olio, gli avvocati o i ministri (è il caso di Roberto Maroni, voce storica di Radio Varese e grande assente al vernissage di ieri pomeriggio), non ne vogliono proprio sapere di staccare il microfono. “Questo libro è solo l’inizio – ha detto il giornalista Franco Tettamanti -. Chissà, forse ci ritroveremo fra poco sui prossimi 100 e 700”. Conferma Dino Azzalin, editore del volume e ai tempi conduttore del programma Latino America dedicato a samba e dintorni: “Le parole che vengono dette non si disperdono, restano, sedimentano e danno nuovi frutti”. E il primo frutto di questa pubblicazione è sicuramente importante: il ricavato delle vendite sarà infatti devoluto all’Associazione “Varese con te” che da dieci anni offre assistenza e conforto ai malati terminali di cancro. Un’altra iniziativa in stile Radio Varese.
22 Novembre 2003La Prealpina diDiego Pisati
QUELLI CHE SOGNAVANO...
21 Novembre 2003Diario diA.S.
NON ERA LA RADIO DIARIO n° 45, pag. 40 (21 – 27 novembre 2003) Radio Varese: c'era Maroni e ora c'è un libro collettivo Varese. Sui giornali ha trovato spazio come «la radio di Maroni» nel senso del ministro (che era di sinistra) e in effetti lo è stata e il ministro è anche coautore del libro che racconta quell’esperienza. Che ovviamente è stata molto di più ai tempi in cui c'erano le radio libere, ma libere veramente... Parliamo di Radio Varese e del libro a molte mani, che racconta intera la sua lunga storia cominciata nel 1976 attraverso ben 78 testimonianze: dentro c'è tutto quello che si può sintetizzare con l’aria dei tempi, di quei tempi e anche le mail che testimoniano com'è nata tra quelli di allora l'idea del volume. Che, a proposito, si intitola Radio Varese centoesettecento. L'unica radio libera dell'occidente occupato, è curato da una ex che fa tuttora La giornalista, Maria Bianucci, e pubblicato dalla Nuova Editrice Magenta. Il libro costa 13 euro che finiranno a uomini di buona volontà, ovvero a «Varese con te», associazione no profit che si occupa di assistere i malati terminali di tumore. Per chi sta a Varese o vicino una buona occasione è la presentazione del 27 novembre alle 20,30 al Circolo di viale Belforte: a presentare il libro ci saranno Giancarlo Santalmassi, Ivan Berni, tra i fondatori di Radio Popolare e Antonio Dipollina di Repubblica che firma la prefazione. (a.s)
21 Novembre 2003Inserto Corriere Milano diCorriere della Sera
La radio libera dell'occidente occupato Era «l'unica radio libera dell'Occidente occupato». Una radio, Radio Varese, nata nel 1976 in una ricca e borghese città di provincia. Era stata, per anni, un simbolo di libertà di espressione. Era diventata soltanto ricordo, memoria, nostalgia, passato remoto. Ma, spesso, il passato ritorna. I vecchi amici si ritrovano a camminare per la stessa strada. La memoria si confonde con il presente e, infatti, adesso quell’emittente è un libro (Radio Varese 100,700, NEM, Nuova Editrice Magenta, 254 pagine, 13 euro) che viene presentato questo pomeriggio (alle 18.30) alla Libreria del Corso, in corso Matteotti, nel cuore del centro storico di Varese. Nella vetrina della libreria varesina c'è tutto di quel passato e di questo presente: i vecchi dischi in vinile, le immagini d'epoca in bianco e nero, i manifesti con le tre scimmiette, le fotografie di oggi, dei vecchi ragazzi che allora s'inventarono la radio e che oggi fanno i giornalisti, gli imprenditori, i commercianti. gli avvocati, i ministri (uno solo per il vero, Roberto, anzi Bobo, Maroni), un vecchio mixer, un microfono, le cuffie. E nel libro (il ricavato delle vendite sarà devoluto a Varese con te, associazione non profit che si occupa di malati terminali di tumore) ci sono settantotto racconti, insieme ai messaggi di posta elettronica di oggi che hanno dato il via all'impresa letteraria. Una testimonianza collettiva di passioni, di vite, di politica, di musica, di contrapposizioni anche aspre. Un racconto corale (l'edizione del libro è stata curata da Maria Bianucci, la prefazione è di Antonio Dipollina) che è la fotografia di una città, di una generazione, di un mondo che, per fortuna, ha ancora molte cose da raccontare e ha ancora voglia di raccontarle. (f.t.)
17 Novembre 2003Lombardia Oggi diCristiana Castelli
Occidente occupato, il ritorno OCCIDENTE OCCUPATO, IL RITORNO Venerdì 21 novembre alle 18, alla libreria Del Corso di Varese, in pieno struscio cittadino, viene presentato «100,700», il libro che racconta le avventure di Radio Varese, l'emittente fondata nel 1976 da Sergio Lovisolo, ovvero «l'unica radio libera dell'occidente occupato, come l'avevano soprannominata gli «allora ventenni» che ci lavoravano. Pubblicato dalla Nuova Editrice Magenta di Dino Azzalin (oggi medico dentista, ieri una delle anime della radio di via Walder), il libro ha struttura originale e stile spontaneo. Gli autori (tanti, tutti ex RV) hanno infatti scelto di inframmezzare ai loro interventi le e-mail che circa un anno fa hanno iniziato a scambiarsi per mettere a punto questo volume. Ne esce un piacevole «work in progress», un racconto nel racconto che mostra quanto «quei ragazzi» siano ancora affezionati e in un certo senso grati a Radio Varese. Entusiasmi, peripezie, goliardia, questioni tecnologiche e sentimentali, interviste a musicisti e attori, radiocronache sportive e piccole fatiche quotidiane, il libro non scorda nulla e nessuno. E, nel suo piccolo, contribuisce a illuminare una parte di storia varesina. La dedica di «100.700» è rappresentata dai versi in prosa tratti dall'unico libro che il poeta Mauro Maconi, che a Radio Va rese conduceva la trasmissione «il castello», è riuscito a pubblicare. Mauro Maconi è scomparso nel 2001 e questo libro è anche per lui. NEL '76 SI STAVA IN VIA WALDER Come alcune magie che la gioventù regala, anche Radio Varese arrivò per caso. Era il 1976 e in Italia tutto sembrava ancora possibile. Le rivendicazioni sociali e i bisogni di libertà espressi con irruenza dal '68 parevano sul punto di trovare un loro ordine e diventare diritti acquisiti. Privilegi di tutti. Soprattutto c'era questa grande energia, un'incredibile forza creativa che allora si credeva interamente gestibile e che nutriva una diffusa voglia di partecipazione. Nel 1976 la Corte Costituzionale liberalizzò l'etere e fu la fine del monopolio Rai: l'informazione televisiva e radiofonica poteva smettere di essere istituzionale, rigida, per diventare finalmente accessibile e libera a tutti. Fu su queste basi, da questa bellissima coincidenza di fattori favorevoli, che il 28 febbraio di quell'anno Radio Varese cominciò le sue trasmissioni attraverso l'ormai mitica frequenza 100,700. Per questo bisogna ringraziare Sergio Lovisolo, docente di italiano al Liceo classico cittadino e figura di riferimento per i suoi studenti. L'input, badate bene, non fu politico: dietro Lovisolo non c'erano partiti o movimenti, solo il desiderio di portare avanti una battaglia tecnico-legale contro il monopolio dell'informazione Rai. Lovisolo convocò i suoi allievi e fece la proposta. I ragazzi, a loro volta, attraverso un efficace passaparola, sollecitarono i loro amici. «L'idea che piaceva di più - spiega Elio Girompini, uno dei fondatori della radio, oggi vice caporedattore a Corrieredellasera.it - era poter fare una cosa diversa. Muoversi e comunicare in una città che allora davvero concedeva poche possibilità di espressione». Venne fondata una cooperativa con sede in via Walder: venticinque, trenta ventenni coordinati dal professore e un palinsesto che si occupava di musica americana e canzone d'autore, sport (furono i primi a trasmettere le radiocronache in diretta via telefono) e cronaca locale, con due edizioni del notiziario. Ma non solo. Se Radio Varese rimane nel cuore di molti varesini, soprattutto di coloro che oggi hanno tra i 45 e i 55 anni, è stato per la capacità di interagire profondamente con il territorio. Leggendarie restano iniziative come il concerto di Guccini organizzato in un palasport affollatissimo per festeggiare i due anni di attività dell'emittente. Come pure la tombola radiofonica di Natale o la gara di fondo in notturna ai Giardini Estensi. Radio Varese aveva uno slogan: «L'unica radio libera dell'occidente occupato». «Per noi - racconta Maria Bianucci, oggi giornalista freelance, ieri praticante e poi direttore dell'emittente di via Walder - stare ai microfoni era veramente la libertà. Di parlare, creare, ragionare. Non ci fosse stata la radio non sarei mai diventata giornalista. Quella cooperativa, in cui ognuno metteva ciò che poteva, tempo o dischi, voce e notti insonni, è stata anche un grande laboratorio che ci ha permesso di trovare la strada. In un certo senso siamo stati fortunati: la scuola della radio ci ha aiutato a lavorare sulla nostra giovinezza e sulla libertà, dando un indirizzo ad aspirazioni, interessi e ideali». E poi? Poi successe che lo stesso sapore pionieristico che diede linfa e vitalità a Radio Varese cominciò a creare i primi problemi. Conflitti interni, abbandoni, la scelta di non essere un'emittente commerciale, l'aumento dei costi, la scarsità di pubblicità, la nascita dei network... Molto cospirò contro la cooperativa che, anche per l'incapacità di proiettarsi con progettualità nel futuro, nel 1990 fu costretta a sciogliersi. Dopo la cessione ai socialisti, le frequenze vennero acquistate dalla Lega, Radio Varese si trasformò in Radio Padania e ogni giovane speaker prese la propria strada. Molti oggi sono giornalisti, alcuni medici o insegnanti, altri assicuratori od operai. Uno di loro è diventato addirittura ministro e certi scrivono poesie e fanno i volontari in Africa. Uno scala montagne altissime, alcuni suonano strumenti, un altro produce vino e olio in Maremma. Ma tutti loro, proprio tutti, proteggono e rispettano questa incredibile avventura. E ogni tanto sognano di essere ancora lì, ai microfoni di Radio Varese. E ci si può scommettere: se lo fanno non è solo perché 27 anni fa erano giovani.
17 Novembre 2003Lombardia Oggi diCristiana Castelli
Quei favolosi 'Centoesettecento' QUEI FAVOLOSI "CENTOESETTECENTO" Alla fine gli chiedi se rinuncerebbe al suo incarico istituzionale, al ruolo importante ma oneroso che svolge oggi, per tornare giovane e libero speaker a Radio Varese. Un quesito inossidabilmente ozioso. Però glielo poni. E dalla sua risposta comprendi, invece, quanto abbia significato per lui essere stato uno dei volontari di via Walder. Perché Roberto Maroni, ministro del Welfare nell'attuale governo, nel 1976 tra i fondatori dell'emittente varesina, non ha dubbi: «Assolutamente sì». La sorpresa si stempera quasi subito: «Intendiamoci, la mia è un'attività prestigiosa, che dà nella stessa misura soddisfazioni e preoccupazioni. Però mi manca l'emozione di essere in diretta e ricevere la telefonata di un ascoltatore. Mi manca il brivido di un commento. Mi manca leggere i diari del Che in Bolivia. Ma soprattutto mi manca Elio (Girompini, ndr) che dice: "Ora mettiamo il disco di un cantautore americano sconosciuto di cui però sentirete molto parlare. Il pezzo s'intitola Born to run e lui è Bruce Springsteen". Era il 1977, un anno favoloso. Certo, così indietro tornerei volentieri, pur sapendo che sono stati anni irripetibili». Roberto Maroni, il ministro, solo «il Bobo» per i varesini, non lo nasconde. Quella di Radio Varese è stata anche per lui un'esperienza fondamentale, «un lampo spettacolare - come scrive nel libro "100,700" - di quelli che ti segnano (...) L'importante è esserci stato, in quei momenti strepitosi». Momenti che hanno lasciato un segno profondo, quasi un imprimatur per la vita a venire. «Cosa resta del Bobo di 27 anni fa? La voglia di fare cose nuove e sempre diverse - spiega il ministro -. E magari di divertirsi facendole. Il bello di Radio Varese fu che ognuno di noi poté lanciarsi in questa avventura portandosi appresso le proprie passioni. E ancora più bello fu il fatto di vivere questa esperienza, rivelatasi determinante, con l'inconsapevolezza dei 20 anni». Radio Varese non è stata l'unica radio libera a nascere nel 1976, eppure è la sola a essere ricordata sempre con un sorriso sulle labbra anche da chi non ci lavorò. «Probabilmente - dice Maroni - è perché noi si puntava molto sulla qualità dell'offerta, sia dal punto di vista musicale che dei servizi. Abbiamo evitato in tutti i modi che l'emittente si trasformasse in qualcosa di commerciale, ma come tutte le magie anche la "sotterranea delle Prealpi" finì... Ha presente il film "The Commitments"? Il protagonista aspetta invano l'arrivo di Wilson Pickets. Il soulman potrebbe dare una svolta alla situazione, ma non compare e non succede niente... A noi è accaduto lo stesso. Poteva essere e non è stato. Resta comunque, nella nostra gioventù, un momento di vera poesia». Sarà che i tempi sono cambiati, sarà per l'orgoglio di «esserci stato», o perché col trascorrere degli anni i ricordi diventano un po' leggendari, però Roberto Maroni dubita che oggi un'esperienza simile potrebbe replicarsi. «Di pionieristico adesso esiste ben poco - spiega -. Di radio ce ne sono tante e ognuno sceglie quella che preferisce. I presupposti, poi, sono diversi. Allora c'era un collante ideologico-politico oggi assente». Nemmeno i giovani no-global? In loro s'intravede una bella tensione... «Non so. I noglobal rappresentano qualcosa di diverso rispetto all'esperienza di sinistra che ci unificò. Oggi sostanzialmente c'è il rifiuto totale, ieri si cercava l'alternativa, si era più propositivi. Eppure sarebbe auspicabile che la grande forza che c'è in ogni ragazzo trovasse uno sbocco creativo». E' per questo che alla fine gli chiedi se rinuncerebbe al suo incarico istituzionale. Mentre dal suo cellulare senti anche la sirena dell'auto blu su cui viaggia nel traffico cittadino. Immagini Roma e tutto il resto. Poi guardi le foto pubblicate in «100,700», i ragazzi ai microfoni, le cuffie sulle orecchie. Allora capisci meglio. E ti dà proprio sollievo sapere che dietro il ministro c'è sempre il Bobo. E il suo romantico cuore rock. RADIO VARESE, UN TRAMPOLINO Radio Varese, che aveva per logo le tre scimmiette (a differenza del proverbio una parla, l'altra vede, la terza ascolta) è stata una vera fucina di talenti. Oggi hanno tutti circa 50 anni e molti di loro ricoprono ruoli importanti nei più svariati settori, dall'industria al sociale, dalla medicina alla comunicazione. Ne citiamo alcuni, nell'impossibilità di citarli tutti, cominciando da Roberto Maroni, detto «Bobo», ministro del Welfare nell'attuale governo Berlusconi. Vero appassionato di musica (è uno dei fondatori, e il tastierista, del Distretto 51, la band varesina che suona rhythm'n'blues), Maroni conduceva tre programmi: «L'altroieri», sui dialetti e le tradizioni locali - una sorta di preveggenza -, «La lanterna magica», durante la quale lesse integralmente in 10 puntate il «Diario del Che in Bolivia» con sottofondo di Claudio Lolli, e «Ve la daremo a bere», rubrica di recensioni cinematografiche. Legato ad alcuni "militanti" di Radio Varese da profonda amicizia, oggi al ministero collabora con due di loro: Giovanni Daverio detto «Johnny», che è direttore generale del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, e Massimo Malerba detto «Minnella», suo segretario particolare. Ci sono poi quelli che, forti della scuola di Radio Varese, hanno scelto il giornalismo: Marco Dal Fior e Franco Tettamanti, oggi rispettivamente vice caporedattore e caposervizio al «Corriere della Sera», o Elio Girompini, vice caporedattore a «Corriere.it». E poi Maria Bianucci, 15 anni nei Tg Mediaset oggi freelance, Cesare Chiericati, direttore del «Giornale del Popolo» di Lugano, Claudio Piovanelli e Antonio Triveri, giornalisti sportivi della «Prealpina», Claudio Del Frate, corrispondente da Varese per il «Corriere della Sera» e Mauro Zambellini, redattore del «Buscadero». Non mancano gli accademici come Alberto Coen-Porisini, docente di Informatica all'università dell'lnsubria, e Giorgio Prestinoni detto «Prosti» o «il profeta», studioso di bioetica all'ateneo di Como. Ci sono infine gli imprenditori come Gigi Prevosti che spiritosamente, per sottolineare una sorta di «distanza politica» attuale con i tempi che furono e con i suoi ex colleghi della radio, manda a dire: «Sono una banda di pericolosi sovversivi da fermare prima che sia troppo tardi! Hanno addirittura pubblicato una mia e-mail con la quale negavo l'autorizzazione alla pubblicazione delle mie e-mail: penso che sia un caso unico nel panorama dell'editoria mondiale!». Gli articoli sono accompagnati da foto e didascalie: Pag. 5: Alcuni giovani di Radio Varese a tavola. Sopra, una diretta dagli studi di via Walder e la copertina del libro «100,700», che viene presentato a Varese venerdì 21 novembre. Il ricavato della vendita del volume sarà interamente devoluto a «Varese con te», l'associazione no profit che assiste i malati di tumore terminali. In alto, una bella locandina della storica emittente fondata nel 1976 da Sergio Lovisolo Pag. 6: A fianco, nella foto di Carlo Meazza, un momento, del concerto di Francesco Guccini organizzato per festeggiare i due anni di attività della radio. Sopra, Sandro Grisostolo, Daniele Tamborini e Maurizio Tamborini al lavoro. Accanto, un raggiante Francesco De Paoli insieme con uno degli eroi di Radio Varese, Bruce Springsteen. La foto è stata scattata alle tre del mattino del 23 agosto 1984. De Paoli, detto «Zanzara», compiva 24 anni Pag. 7: Roberto Maroni (seconda fila dall'alto), Johnny Daverio, Fabrizio Palatini ed Elio Girompini in una delle prime locandine del Distretto 51. La band debuttò nel 1969 come I Segni dei Tempi, poi cambiò nome e repertorio e dal 1980 suona soul e rhythm'n'blues. Il ministro Maroni, quando può, vi suona le tastiere Pag. 7: Il ministro oggi con il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi
13 Novembre 2003Varesenews diClaudio del Frate
IO, uno di quelli della via Walder (30 ottobre 2003) Ho bazzicato Radio Varese solo per un breve periodo; diciamo un anno e siamo già larghi di manica. Ma tanto è bastato perché nascessero amicizie che durano ancora oggi, dopo vent'anni. Altre persone ho conosciuto in anni successivi e ogni tanto durante la conversazione si scopriva che con loro avevo condiviso l'esperienza in via Walder. E lì scattava un'immediata affinità da reduci, un "…ma allora c'eri anche tu…ma allora hai conosciuto…" che automaticamente avvicinava. Amicizia è la prima parola che, nel vecchio gioco delle associazioni di pensiero mi viene spontaneo accostare a Radio Varese. Ma fin qui siamo nella sfera del personale: "cavoli tuoi" potrebbe dire chiunque non sia passato dalla sede di via Walder ma che di amici se ne è fatti tanti lo stesso. Dunque passiamo ad altro. Spesso si è sottovalutato il segno che l'esperienza di Radio Varese ha lasciato sotto il profilo della diffusione della cultura musicale; durante la gestazione del libro sono venuti a galla i palinsesti delle trasmissioni, i titoli delle rubriche e sembra incredibile come abbia potuto esistere un'emittente che pur propinando dosi massicce di rock, blues, country e cantautori italiani non tralasciava generi sicuramente di inferiore appeal come la psichedelica, la classica, il jazz contemporaneo. "L'unica radio libera dell'occidente occupato" era lo slogan della radio che giustamente compare anche sulla copertina del libro: una frase sfrontata, azzardata e geniale proprio come il clima di quegli anni. Ecco, stare in via Walder ha voluto dire misurarsi con qualcosa di più grande, alzare il livello; ma anche "farsi il mazzo". Là dentro ho incontrato gente che ne sapeva più di me di politica, di libri, di cinema, di musica. Con Radio Varese ho imparato a non fermarmi a De Andrè o ai Pink Floyd ma provare anche che effetto fa ascoltare un disco dei Weather Report o vedere un film di Fassbinder. Come ha scritto con irresistibile ironia Mauro Zambellini in un capitolo del libro «…anche uno sbarazzino e un po' ruffiano programma di musica a richiesta per casalinghe aveva come sigla "Rock 'n roll" di Lou Reed, ovvero un brano di dieci minuti dal vivo di assoluta violenza elettrica». Questo fu il piccolo miracolo di Radio Varese. Citatemi, se ne siete capaci, qualcosa di analogo in circolazione oggi.
11 Novembre 2003Varesenews diMichele Mancino
100,700 L'e-mail fu galeotta. Grazie a quella diavoleria elettronica, dopo quasi trent'anni, è stato possibile radunare ancora una volta i ragazzi (sono rimasti tali, nonostante l'età e i nuovi status professionali) che diedero vita a Radio Varese, "l'unica radio libera dell'Occidente occupato". Il tam-tam internettiano ha funzionato e quell'esperienza, unica e irripetibile, è oggi raccontata nel libro 100,700 (centoesettecento) (Nuova Editrice Magenta). Un libro bello e spontaneo, come erano quegli anni, dove presente e passato si intrecciano in continuazione. Nomi e volti diventati importanti. Storie ricche di umanità e poca ortodossia politica, raccontate con la stessa freschezza che animava le tante trasmissioni. Per molti di quei ragazzi i locali di via Giuseppe Walder sono diventati il punto di partenza di una fortunata diaspora professionale. Dai centoesettecento trasmettevano personaggi come il ministro del Welfare Roberto Maroni e Massimo Malerba, suo segretario particolare, Marco Dal Fior, vicecaporedattore del Corriere della Sera, Claudio Del Frate, Franco Tettamanti ed Elio Girompini, approdati anche loro in via Solferino, Massimo Donelli, volto del Tg3, Maud Ceriotti e Luciano Giaccari, primi editori televisivi in provincia di Varese, Cesare Chiericati, direttore del Giornale del Popolo, Claudio Piovanelli "il Pio" e Antonio Triveri della Prealpina, Gigi Prevosti, imprenditore, Mario Carletti, medico e consulente del ministero del Welfare, Dino Azzalin, dentista, poeta ed editore. E ancora: operai, avvocati, assicuratori, commercialisti e docenti universitari. Sullo sfondo di quei destini eccellenti si muovevano alcune figure che di Radio Varese erano la mente e l'anima: Sergio Lovisolo, imprenditore e primo presidente della cooperativa "Radio Varese", e Maria Bianucci, presente in tutti i ricordi dei protagonisti, direttore della radio e oggi giornalista free-lance, dopo quindici anni passati in un Tg Mediaset. L'apertura è affidata al ricordo di chi se ne è andato prima degli altri e i versi del poeta Mauro Maconi risuonano profetici: «Foglietti e una teoria di messaggi. Da dove risbucano?...» Dalla storia e dalla memoria, da un entusiasmo mai sopito. Radio Varese era un mondo eterogeneo, un po' caotico e naïf, che aveva nell'inconsapevolezza di far parte di un progetto straordinario l'unico vero comun denominatore dei suoi protagonisti. "La storia siete voi, nessuno si senta escluso". Nemmeno i tanti che non sono stati citati.
10 Novembre 2003BooksHighway Libri e cultura
100,700 Un gruppo di amici si ritrova, un po' anche grazie ad Internet, a parlare di una delle prime e più importanti radio libere, Radio Varese. I ragazzi sono cresciuti, qualcuno è invecchiato, qualcun altro se ne è andato e non sempre, come dicono gli Stones, il tempo è stato dalla loro parte. Però emergono i ricordi, i legami che uniscono, le storie e ne esce un confronto serrato, lucido, a tratti commovente, per niente consolatorio o nostalgico (Radiofreccia, in questo senso, ha già dato). Ne emerge il ritratto di anni e di un'Italia percorsa da mille contraddizioni: più libera e più ortodossa, confusa e creativa, un periodo pionieristico ed anche ingenuo. Ai racconti dei protagonisti di Radio Varese, sono alternati gli scambi epistolari e l'attualità, il confronto, è quello che regge sulla distanza perché 100,700 racconta la storia di persone che non si nascondono e che se hanno smesso di sognare è solo perché allora l'avevano fatto in grande. Dal punto di vista musicale la testimonianza migliore è quella di Mauro Zambellini che racconta come era difficile far convivere i Grateful Dead, gli Allman Brothers, Lou Reed e i Lynyrd Skynyrd ("Roba da scomunica, roba politicamente scorretta, roba da compagni che sbagliano") con la burocrazia e l'ortodossia dei partiti e dei movimenti e con le esigenze commerciali della radio. Guarda caso, alla fine non fu il rock'n'roll, ma l'ingerenza degli apparati politici ad uccidere "l'unica radio libera dell'occidente occupato".
10 Novembre 2003Repubblica diGianni Mura
Cattivi pensieri Il testo tratto da Cattivi Pensieri, rubrica settimanale di Gianni Mura da La Repubblica di domenica 9 novembre (...) Qui Milano a voi Varese. L'air du temps lo so che è l'etichetta di un profumo, ma è quel che ho ritrovato in "100,700-L'unica radio libera dell'occidente occupato". IL libro m'è arrivato per posta e ho pensato: la solita menata. Invece no. Appena si entra nel gioco presente-passato superando il disagio (forse solo mio) delle stramaledette e-mail, è un bel libro, dove c'è da mangiare e da bere (espressione lombarda stante a significare che c'è un sacco di cose). Diciotto di quei ragazzi degli anni '70 oggi fanno i giornalisti, otto gli insegnanti, tre gli avvocati, dieci gli imprenditori, due i commercialisti, gli assicuratori, gli operai, i consulenti informatici, uno il ministro (Maroni). Scrive uno dei vecchi ragazzi: molti di noi pensavano di poter cambiare il mondo. Non ci siamo riusciti, ma il mondo non ha cambiato noi: 1-1 e palla al centro. (e vai: ndr). Il libro, Nuova editrice Magenta Varese, fax 0332-831660, costa 13 curo. Il ricavato sarà interamente devoluto a "Varese con te" (assistenza ai malati terminali).
7 Novembre 2003Venerdì di Repubblica nr. 816
Quando Maroni era sintonizzato a Sinistra Musica, dediche e i risultati delle partite: una domenica col dj Bobo. No, magari la trasmissione non si sarà chiamata così ma negli anni 70 ai microfoni di Radio Varese c'era davvero il ministro leghista del Welfare Roberto Maroni a far da conduttore. L'emittente (una delle più longeve radio libere italiane) oggi ricorda gli anni ruggenti nel libro 100.700 Radio Varese. L'unica radiolibera dell'Occidente occupato. Il titolo si riferisce, ovviamente, alla modulazione di frequenza. Ma occupato? Occupato da chi? Facile indovinarlo, visto che l'antenna pendeva a sinistra. Oggi Bobo (che in quegli anni si dedicava anche al rock e all'organo Hammond) pende invece da un'altra parte. E' da un bel po' che ha cambiato frequenza.
27 Ottobre 2003Corriere Lombardia diClaudio Del Frate
'Bobo' il ministro racconta... "BOBO" IL MINISTRO RACCONTA QUANDO FONDO' UNA RADIO DI SINISTRA La legge delega sulle pensioni? Un commento alle dichiarazioni di Pezzotta? Che aspettino. Ieri mattina il ministro del Welfare, Roberto Maroni, aveva a cuore ben altro: raccomandare la lettura di un libro di prossima uscita dove si narra la storia di Radio Varese, che a metà anni '70 diede voce all'anima giovanile e di sinistra della città e che annovera tra i suoi fondatori anche l'attuale ministro leghista. Maroni è intervenuto a Palazzo Estense a un'iniziativa a favore del Fai, ma i rappresentanti delle principali tv e giornali nazionali erano venuti a Varese per raccogliere le «ultime» sulla questione delle pensioni. Davanti a telecamere e taccuini, Maroni ha invece accantonato il ruolo di ministro per lasciare spazio al giovane sognatore che deve essere stato: alle telecamere ha mostrato infatti il libro, «Cento e 700. Radio Varese, l'unica radio libera dell'Occidente occupato». «Qui si racconta di un'esperienza bellissima, alla quale anch'io con tanti amici ho preso parte. Quando questo volume arriverà in libreria compratelo e leggetelo». «Cento e 700» è scritto da un'infinità di mani: ognuno di quanti vi presero parte ha scritto un capitolo. Quello firmato da Maroni si intitola «Tre scimmiette al ministero» e fa riferimento al simbolo della radio: tre scimmiette che, contrariamente alla diceria, vedono, sentono e parlano benissimo. «Nel mio ufficio - scrive il ministro - ho attaccato l'adesivo di Radio Varese accanto al ritratto di Ciampi... far nascere quella radio richiese una buona dose di follia, un po' come fare il ministro nel governo di Berlusconi». «Bobo» fu nel '76 tra i fondatori dell'emittente e vi collaborò per tre anni: la Lega era di là da venire ma il ministro, profeticamente, conduceva una trasmissione di canzoni dialettali intitolata «L' altroieri». Siccome la giornata, al di là dell'appuntamento del Fai, era davvero di quelle informali, al ministro è toccato un altro fuori programma: era in compagnia della madre, Alice, che davanti a giornalisti e autorità si è lasciata andare a tenerezze. «Questo è il mio bambino!» ha esclamato. Il ministro è diventato paonazzo. Manco gli avessero comunicato il passivo dell'Inps...
10 Settembre 2003Diario (n. 47) diAlessandro Bertante
Recensione di 'Diario d'Africa' di D. Azzalin IL DOTTORE RACCONTA. “Diario d’Africa” comincia in Algeria, sul limitare del deserto del Sahara. Nel 1986 la sanguinosa guerra civile non era ancora nemmeno immaginabile e Dino Azzalin, odontoiatra di Varese, si apprestava per la prima volta ad attraversare l’immensa vastità del più grande deserto africano. In seguito a quella intensa esperienza, Azzalin decise d’impegnarsi in progetti di volontariato sanitario nei Paesi in via di sviluppo. Il libro ripercorre i momenti più significativi di anni di lavoro, nei quali un medico dentista è costretto a improvvisarsi più volte chirurgo per soddisfare i bisogni della popolazione di Etiopia, Kenia e Mali, diversi per religioni, lingua e razza, ma uniti dalla miseria e dalla mancanza di speranza. Quando la prima preoccupazione sono la fame secolare e le malattie mortali, quando la sopravvivenza viene messa ogni giorno in discussione, l’uomo si ritrova nella sua più autentica condizione di animale in pericolo. “Diario d’Africa” è il sommesso affresco di un continente tormentato, nel quale la straordinaria bellezza di una natura ancora padrona fa da contraltare alla incredibile violenza della vita di tutti i giorni. Narrati in prima persona con una prosa semplice e lineare, i racconti seguono un preciso ordine temporale che si conclude alla metà degli anni Novanta. Il percorso biografico di Azzalin viene influenzato dalle vicende, spesso molto tragiche, di cui è vittima o protagonista. Anno dopo anno la maturazione spirituale dell’autore si carica di una nuova consapevolezza religiosa, una necessità di fede che è passo indispensabile per una sincera comprensione della sofferenza umana. Parallelamente matura anche una consapevolezza politica, la certezza della necessità di rivedere tutti gli sciagurati interessi delle multinazionali nella realtà africana. Durante la lettura, se ce ne fosse ancora bisogno, le colpe dell’Occidente diventano drammaticamente evidenti, quasi a rappresentare tutto ciò per cui vale la pena di ribellarsi. L’Africa è protagonista assoluta, raccontata nei suoi aspetti quotidiani, paradossalmente segreti, sia che si tratti della periferia di Nairobi o di uno sperduto villaggio chiamato Samburu. Una realtà tribale e divinatoria, tanto lontana dalla nostra esperienza di vita quanto affascinante e terribile. Le pagine dedicate al Kenia sono le più emozionanti e riuscite, testimonianza di un amore sviscerato per quella terra, lontana anni luce dai paradisi artificiali di Malindi e Mombasa, ai quali nemmeno i più irriducibili craxiani riescono ancora a credere.
3 Settembre 2003King Lear diGiuseppe Iannozzi
Recensione de 'La parola infetta' di G. Marano QUANDO LA CRITICA LETTERARIA È GEOGRAFIA BIOLOGICA. “Le vicissitudini biografiche di Antonin Artaud rappresentano, si pure a un grado parossistico e paradossale, un emblema della conflittualità “frontale” che per tutta l’epoca moderna segna fatalmente il rapporto fra arte e società.” (da “La parola Infetta” di Giampiero Marano) Giampiero Marano è nato a Salerno nel 1970, ma è cresciuto a Varese, dove vive tuttora lavorando come insegnante. Negli anni Novanta è stato redattore di "Testo a fronte", rivista di teoria e pratica della traduzione letteraria, collaboratore del mensile "Diorama Letterario" e condirettore della rivista di poesia "Fare anima". Alla fine di questa prima fase della sua attività ha pubblicato l’illuminate saggio “La democrazia e l'arcaico. Il destino poetico dell'uomo contemporaneo” (Arianna, Bologna 1999). Attualmente, su internet, cura l’ottimo blog di critica letteraria, “Dissidenze”, che invito a visitare e a leggere con estrema attenzione. E’ uno dei pochissimi blog interessanti in rete, potete credermi sulla parola. Su "Il giornale" del 25 giugno 1999, Giuseppe Conte, in un articolo, “Romanzieri usa e getta”, spiega: “Come sempre nella letteratura italiana, anche oggi è nel campo della poesia che si vedono semi di rinnovamento del linguaggio e della visione del mondo: basti pensare alla ricognizione della nuova poesia fatta da un critico giovanissimo e già così maturo come Giampiero Marano in quel suo mirabile La democrazia e l'arcaico, appena pubblicato dall'editrice Arianna.” In “La Democrazia e l’Arcaico. Il destino poetico dell’uomo contemporaneo”, Giampiero Marano evidenziava che lo sviluppo, in senso esclusivamente materiale dell'Occidente, ha determinato una drastica rimozione delle categorie del simbolico, dell'estetico, del gratuito, del sacro (fondamentali invece in ogni civiltà arcaica) dall'orizzonte dell'esperienza culturale, sociale e politica. In questo mirabile saggio Marano evidenziava anche che, oggi, paradossalmente proprio mentre l'egemonia dell'apparato tecno-scientifico si estende oramai a tutto il mondo, l'arcaico riemerge e par quasi annunciare un futuro molto diverso da quello, mediocre e uniforme, prospettato dai fautori della globalizzazione. In pratica, in questo saggio, il critico Marano, con fine acutezza intellettiva, indicava una tendenza della poesia italiana contemporanea, il mitomodernismo, alla luce di tematiche mutuate dalle culture novecentesche del reincantamento (ad esempio, il neo-comunitarismo e l'antiutilitarismo o, per certi aspetti, soprattutto il tradizionalismo di Guénon e Coomaraswamy), non mancando di evidenziare come la poesia, intesa come forza mitico-simbolica per sua natura "metastorica", possa svolgere un ruolo fondamentale, forse decisivo, nella costruzione di una nuova e più umana civiltà del Significato. Giampiero Marano è sicuramente il critico che l’intellighenzia italiana aspettava da tempo di avere al suo fianco; dopo Umberto Eco, dopo Pier Paolo Pasolini, Guido Guglielmi, la critica sembrava essersi arenata, o peggio, pareva sprofondata in un torpore intellettuale. A svegliarla non fu un fenomeno modaiolo, ma Giampiero Marano nel 1999 con il suo primo saggio pubblicato da una modesta casa editrice. Fu impossibile non accorgersi che ci trovavamo di fronte a un critico nuovo che avrebbe portato vento di rinnovamento nei corridoi dell’intellighenzia critica. A confermare la libera e acuta manifestazione di pensiero di Giampiero Marano è “La parola infetta” pubblicato oggi, nel 2003, da Nuova Editrice Magenta. “La parola infetta” è lavoro di ricucitura e reinterpretazione delle varie stagioni letterarie attraverso la perenne conflittualità che oppone l'esperienza sorgiva del linguaggio ai rigidi schemi dell'Istituzione Culturale. Come l’autore spiega, “nessun rinnovamento o “redenzione” della critica sarà davvero possibile fino a quando non cominceremo a considerare in una prospettiva completamente diversa i testi e le parole della tradizione”. Guido Guglielmi, a proposito della crisi della critica ci informava che la crisi della critica è legata a quella della letteratura, ovvero “se c'e' letteratura c'e' critica; se non c'e' letteratura la critica muore. Non e' pensabile una letteratura che non sia nutrita di ragioni, quindi di ragioni critiche. Cio' significa che le sorti della critica restano a mio avviso strettamente legate alle sorti della letteratura negli anni a venire.” Che la critica non goda di buona salute, mi sembra un fatto certo, o almeno quasi. Critici come Giampiero Marano ci fanno sperare che domani si tornerà a criticare seriamente la letteratura che oggi sopravvive solo grazie a pochi autori esperti e che fanno la gloria della cultura italiana. Ne “La parola infetta”, Giampiero Marano indaga il processo biologico di evoluzione/involuzione che caratterizza tale antagonismo: a partire dalla tradizione orale, l’autore si spinge fino alle avanguardie letterarie senza mai dimenticare che la letteratura e la critica sono possibili solo se si guarda all’uomo che le promuove. Il critico è così investito d’un ruolo nuovo, trinitario, che permette a Giampiero Marano di muoversi tra la filologia e l’antropologia, l’estetica e la filosofia politica. Ne “La parola infetta”, l’autore evidenzia che «la subalternità nei confronti del paradigma medico a cui soggiace il pensiero di Artaud emerge con una perspicuità ancora più impressionante nella descrizione dell’azione perversa della Società, che ha logorato Van Gogh fino a costringerlo al suicidio: è stata una sorta di infezione, il “morso della presenza estranea che consuma, contagia” (chiosa C. Pasi), ad annientare la “coscienza soprannaturale” del pittore, il cui corpo era rimasto miracolosamente “immune da ogni peccato”, come quello di Cristo. Non è fuori luogo, a questo proposito, osservare che nei testi di Artaud la persistenza del modello immunitario si combina con quell’elemento di fondo ancora teologico-cristiano a cui si deve l’esaltazione della sofferenza e del momento autosacrificale: anche Blanchot fa luce sulla presenza di questo residuo tutt’altro che inerte quando ravvisa la cifra interpretativa dell’opera di Artaud nell’identità di soffrire e pensare. Ma altrove è dato nuovamente imbattersi nei segnali precisi di tale sopravvivenza, o resistenza, accentuatamente e naturalmente soggettiva al di là di ogni possibile forzatura in chiave provocatoria o “gestuale” da parte di Artaud: per esempio, nella definizione di “lirismo” come azione “violenta e concentrata”, oppure in quella di teatro come “grande veglia, dove sono io a guidare la fatalità”, a cui è evidentemente parallela la convinzione che all’estetica moderna, contestata per la sua fiacchezza e per il fatto di essere disinteressata, una cultura autentica debba contrapporre “una nozione magica e violentemente egoista”. » L’autore guarda alla letteratura con occhio severo, senza pregiudizio alcuno, e riesce così a leggere ed evidenziare mirabilmente il succedersi ma anche l’intrecciarsi delle stagioni, epoche, letterarie e poetiche disegnando un perfetto quadro critico la cui interpretazione ultima non può che essere quella d’una dimensione extraletteraria il cui punto di fuga è la “comunità”. La poesia è stata vaccino per il “corpo sociale” mitradizzandolo attraverso il male in dosi omeopatiche; tuttavia, il destino della poesia, e più in generale, della letteratura, oggi, a causa della globalizzazione del pensiero, è incerto se non addirittura prossimo ad estinguersi. La critica portata avanti da Giampiero Marano ne “La parola infetta”, con intellettuale-umano rigore, analizza un mondo disincantato che è la realtà, ma non scivola mai né in facili e facinorosi atteggiamenti di autocommiserazione né in nostalgie consolatorie. La speranza che l’autore tratteggia è quella che domani, finalmente, la letteratura possa emanciparsi ed essere al centro d’una critica emancipata dai classicismi teoretici occidentali e dai suoi cliché interpretativi: «Soltanto la "poetica" analogia con l'elementare alternarsi del giorno e della notte offre una chance di riscatto per l'umanità esclusa di cui tutti, vittime e carnefici di noi stessi, siamo e non siamo parte». Il saggio di Giampiero Marano fa ben sperare per il futuro, per il rinnovamento della critica e della letteratura. Il lavoro operato da Marano ne “La parola infetta” potrà forse ampliare e contraddire in parte quanto ha espresso un caposcuola critico quale Guido Guglielmi, potrà dare nuova speranza alla critica, alla filologia, sino ad oggi impantanate in eurocentrismo grossolano e approssimativo, in un immobilismo filologico barbaramente classico. Ciò sarà possibile se molti si renderanno conto che è giunta l’ora di cambiare, allargare i propri orizzonti interpretativi. In definitiva, “La parola infetta” è un saggio basilare, importantissimo, strumento indispensabile per riconoscere, o meglio, conoscere quanto sino ad oggi abbiamo ignorato a proposito del saper criticare con giudizio cognitivo. Fatemi un piacer, leggete “La parola infetta” di Giampiero Marano, cercate il saggio in libreria, e se non vi dovesse riuscire di trovarlo, allora richiedetelo direttamente a POIESIS S.r.l NEM (Nuova Editrice Magenta), Via Manzoni 22 (21100 Varese) o attraverso il sito della casa editrice al seguente url: http://www.nuovaeditricemagenta.it
3 Settembre 2003King Lear diGiuseppe Iannozzi
Intervista a G. Marano D. Parliamo di te: chi è Giampiero Marano, il più brillante critico letterario di questi tempi bui? R. Mi considero un lettore docile e insieme violento nel desiderio di contraccambiare i doni dispensati dalle opere: doni sempre velenosi, ambigui, carichi di inquietudine. D. Quanto e come hanno influenzato la tua critica esperienze come redattore di “Testo a fronte”, collaboratore del mensile “Diorama” ma anche condirettore della rivista di poesia “Fare anima”? R. «Testo a fronte» è una rivista fondamentale per chi si occupa di teoria e pratica della traduzione letteraria: un’attività, questa, stupenda ma troppo spesso sottovalutata, che in passato ho svolto con soddisfazione. La collaborazione a «Diorama» e la condirezione di «Fare anima» hanno rappresentato due aspetti strettamente intrecciati di una stessa ricerca, incentrata sulla mitopoiesi comunitaria. Questa ricerca continua ancora a interessarmi, ma in termini estremamente diversi rispetto a quelle esperienze: oggi mi sento coinvolto nello sforzo di concepire e realizzare la massima apertura possibile alla storia, alle sofferenze e alle attese millenarie dei cosiddetti “marginali”. D. Giusto per citare due nomi che hanno fatto critica e poesia in maniera quasi del tutto opposta, oggi la poesia è diversa rispetto a quella di Pier Paolo Pasolini e di Edoardo Sanguineti? Sanguineti esprime l’idea che “che quello della scrittura sia un lavoro di "messa in forma" di parole. Questa forma può essere estremamente flessibile o può accettare dei princìpi molto rigorosi, spesso dedotti dalla tradizione. Scrivere un sonetto oggi significa muoversi non più entro una struttura sentita come "naturale", bensì come un pretesto, che allude citazionalmente a una forma e, nel contempo, interviene per deformarla. In altre parole: io posso benissimo usare l'endecasillabo, ma in quanto una delle infinite forme in cui si esprime il verso libero.” Pasolini mi sembra fosse di diverso avviso, più tradizionale. Nel tuo saggio, “La parola infetta”, citando la definizione proposta da Asor Rosa, si dice a proposito di Pasolini che è stato “l’ultimo grande letterato della tradizione italiana, con i caratteri e gli errori tipici di questa: l’egocentrismo, la sensibilità esasperata, la raffinatezza tecnico-linguistica, le ambizioni ideologiche.” R. Pasolini è mosso da un’esigenza di contatto e di relazione tout court che lo avvicina al plurilinguismo e all’espressionismo di Dante: inevitabilmente questa necessità lo porta a uscire dai confini della letteratura, a “sporcarsi le mani” con la realtà, e si capisce che la cosa dia ancora oggi fastidio a qualcuno. La mia opinione, però, è che Pasolini non sia andato fino in fondo nel suo straordinario tentativo di rottura con la storia delle “élite protette”, che ci abbia lasciato un compito da portare a termine. D. Ne “La parola infetta” esprimi l’idea che “il narcisismo estremo e contraddittorio retaggio del paradigma petrarchesco” ha vietato a Pasolini “di discutere radicalmente il Soggetto, e se stesso come soggetto…”. Che cosa significa? R. Pasolini, che pure è stato il più lucido e rivoluzionario intellettuale italiano del suo tempo, non è riuscito nell’impresa di scardinare il paradigma immunitario, cioè anti-comunitario e solipsistico, varato a mio parere da Petrarca: ne ha presentato, semmai, una forma rovesciata, specularmente opposta, giocata sulla dialettica “puro-impuro”, e perciò stesso subalterna, nella sostanza, rispetto al proprio idolo polemico. La “soggettività” così come la intendo nel mio libro costituisce l’ostacolo più insidioso all’affermazione dell’”autorialità”, che è sempre comunitaria, corale, e questo indipendentemente dal fatto che una data opera sia l’espressione materiale di un singolo individuo (ogni grande autore è una sola moltitudine, come Pessoa) o di una collettività. D. Asor Rosa si spinge a dire di Pasolini che è stato “letterato decadente e palesemente conservatore”. Chi oggi fa poesia, chi è ancora capace di poetare? Non dei nomi; a tuo giudizio un modello di poeta ideale come dovrebbe essere? R. Accusare Pasolini di essere un conservatore mi sembra un errore clamoroso: significa, per esempio, non aver compreso che il mondo contadino e precapitalistico che tanto lo ossessiona rappresenta “soltanto” il simbolo di qualcosa che non appartiene a nessun tempo e a nessun luogo, «la metafora di un’alba prima», come sostiene a questo proposito Zanzotto. Quanto alla seconda parte della tua domanda, ritengo che abbia ragione Antonio Moresco quando dice che la posizione dello scrittore è nell’occhio del ciclone del cosmo. Non esistono canoni o anticanoni, c’è invece l’energia primigenia della poesia, la sua facoltà di mettere in crisi il principio di realtà anticipando mondi eventuali: da sempre la critica è chiamata a confrontarsi, senza reticenze o meschini tatticismi, con questa forza di “scandalosa” intensità. D. E ora “l’inferno come istituzione”: “si è avuto paura che la loro poesia uscisse dai libri e rovesciasse la realtà.” Potresti spiegare, ampliare il concetto espresso da Antonin Artaud e che riporti ne “La parola infetta”? R. Artaud definisce la poesia come «molteplicità triturata e che restituisce fiamme»: ma dopo aver scatenato il caos nella città, la poesia riconduce la molteplicità dei fenomeni all’unità primordiale, abbatte la distinzione fra essere e apparire, fra natura naturans e natura naturata. In altre parole, la poesia testimonia un’acquisizione conoscitiva che ci porta dal mondo “falso”, caratterizzato dal dualismo e dal contrasto degli opposti, al mondo “vero” dove tutto è eterno, immortale. Nella comunità invasa dal caos/cosmo poetico scompare la dicotomia fra cultura e quotidianità: ci si riappropria “dal basso” delle cose e dei significati, si vive in una dimensione di prossimità, di solidarietà reciproca, e questo terrorizza il Potere, che vuole dividerci, tenerci separati gli uni dagli altri. D. Il ruolo del critico letterario, oggi, a mio avviso è strumentalizzato: come ci si può opporre alla strumentalizzazione che la critica opera sulla critica? Ed è giusto parlare per categorie, ovvero esiste a tuo avviso la critica militante? R. Nessun rinnovamento o “redenzione” della critica sarà davvero possibile fino a quando non cominceremo a considerare in una prospettiva completamente diversa i testi e le parole della tradizione. Perciò il cambiamento che vorrei dovrà liberarci in primo luogo dall’immobilismo e dalla mediocrità dei filologi classici, ancora convinti che la civiltà greco-latina sia una cultura superiore perché ha lasciato documenti scritti di altissimo valore mentre gli altri popoli erano ancora barbari feroci e analfabeti: che pregiudizo arrogante! Gli studi meritori di Giovanni Semerano smascherano la falsità di questa ipoteca eurocentrica così opprimente, mettendo in evidenza l’apporto decisivo delle civiltà semitiche nella genesi della classicità: migliaia di vocaboli greci e latini derivano dalle lingue orientali, e insieme a essi una visione delle cose “rimossa” per secoli. D. Perché hai scritto “La parola infetta” e qual è il suo significato? R. Ho scritto "La parola infetta" perché non accetto l’ortodossia ideologica del nostro tempo, cioè la convinzione che viviamo nel migliore dei mondi possibili; perché mi rifiuto di credere che, a beneficio della riproduzione manieristica dell’esistente o dell’esistito, sia necessario rinunciare alla narrazione di nuovi miti; perché non è vero, come purtroppo pensano molti “addetti ai lavori”, che sui classici di cui mi occupo nel libro sia già stato detto tutto, che non ci sia nulla più da aggiungere: al contrario, a me pare che vi si trovi sempre qualcosa di sconosciuto da vedere e indagare, qualcosa di cui meravigliarsi. D. Il tuo saggio si muove, o meglio, investiga nell’universo degli uomini-artisti e li mette al centro di una evoluzione/involuzione biologica, forse antropologica. Che sia il dramma del vivere, dell’incomprensione a fare gli artisti? R. L’opera d’arte si comporta come un virus in grado di adattarsi volta per volta a differenti habitat biologici: l’opera è insomma una forma vivente in continuo divenire, soggetta a un processo metamorfico dettato evidentemente dalle vicende della sua ricezione. In quanto tale, essa è destinata sì a durare, ma anche a scontrarsi con la tendenza all’autoconservazione e alla cristallizzazione propria di qualsiasi società umana: quanto più forte e trascinante risulta essere questa tendenza, tanto più acuti si rivelano il disagio, il male di vivere, la solitudine dell’artista. D. Riprendendo un quesito che metti al centro de “La parola infetta”, ti pongo la domanda: è possibile sperimentare la gioia come evento impersonale, come assenza fondante ottenuta, scavata nella, o meglio attraverso la comunità? R. L’esperienza a cui allude la tua domanda comporta una vera e propria askesis, un cammino realizzativo tradizionalmente problematico e, nelle attuali condizioni storiche, addirittura proibitivo: direi che il riferimento alla gioia impersonale vale più come indicazione di un orizzonte necessario, di una meta da raggiungere grazie alla tessitura paziente di più generazioni, che non come obiettivo immediato. D. Parliamo dell’Impoetico: nel tuo saggio esprimi l’idea che “l’isolamento del Moderno attenta pericolosamente al cielo del razionalismo…” Ed aggiungi: “Georges Bataille è un anarchico nell’accezione jüngheriana della parola: fra i pochi uomini del Novecento a decifrare il significato enigmatico dell’eruzione, a comprendere l’urgenza di discendere nella notte delle origini non con lo sguardo distaccato dell’archeologo ma con quella di una comunità acefala la cui estasi evade dalla prigionia della beatitudine.” Potresti spiegare il significato di questo concetto? R. La civiltà moderna è paragonabile a un immenso organismo il cui sistema immunitario sia diventato talmente potente da costituire un pericolo grave per il corpo che dovrebbe proteggere: sappiamo che si può anche morire a causa delle reazioni fisiologiche scatenate dall’ipertrofia di questo apparato difensivo, addirittura dopo la banale puntura di un insetto... Quando parlo di “estasi” mi riferisco al superamento di tale carattere perverso, omicida dell’immunitas, alla liberazione da un sistema di controllo assolutamente irragionevole che ci sottomette con il pretesto di difenderci: dunque, questo genere di estasi non ha nulla a che vedere con l’emozione e il sentimento, con impressioni soggettive, epidermiche, con la “beatitudine” nel senso più becero e deteriore del termine. L’estasi non offre nessun motivo di consolazione, anzi sancisce la fine di ogni consolazione, come dimostra il particolarissimo misticismo di Bataille: la comunità acefala teorizzata dall’autore francese è sommamente estatica proprio perché non riconosce gerarchie, perché rifiuta la protezione consolatoria da parte di un capo, di un Führer. D. La letteratura moderna mi sembra sia orizzontata a produrre soprattutto fiction o altrimenti tecnica della narrazione. Difficile, se non addirittura improbabile, che oggi gli scrittori tentino di scrivere opere che rimarranno nel tempo, nella storia. La mia impressione è che il libro stia diventando sempre più oggetto di mero intrattenimento per il pubblico. A mio avviso manca l’impegno sociale, quello che traspare nelle opere di Pier Paolo Pasolini, George Orwell, Bertold Brecht, ad esempio. Oggi come oggi, solo pochissimi riescono a coniugare abilmente fiction e impegno sociale: il collettivo Wu Ming, Valerio Evangelisti, e pochi altri. Se la fiction è la strada nuova per il rinnovamento della letteratura, perché la più parte della fiction moderna disdegna di portare avanti ideologie sociali e politiche? R. Condivido il tuo punto di vista. La questione dell’”impegno” è davvero cruciale, a maggior ragione in una fase storica come quella odierna, anche se va impostata e affrontata in un modo “ontologicamente” più radicale di quanto non facciano i movimenti new-global, a cui pure guardo con molta simpatia. Quanto alla fiction restia ad accogliere istanze “extraletterarie”, mi sembra che essa sia complice e vittima della tecnicizzazione specialistica del sapere che è stata propria di un’epoca ormai declinante: un fenomeno tutto sommato residuale che, a dispetto delle apparenze, non ha alcun avvenire. D. “Le vicissitudini biografiche di Antonin Artaud rappresentano, sia pure a un grado parossistico e paradossale, un emblema della conflittualità ‘frontale’ che per tutta l’epoca moderna segna fatalmente il rapporto fra arte e società.” Questo l’incipit de “La parola infetta”, che subito mette in evidenza che analizzerai il rapporto (biologico) fra arte e società. E il rapporto fra società e ideologia dell’arte? R. Il termine “estetica”, coniato solo nel Settecento, è quanto mai illuminante circa l’essenza dell’ideologia moderna dell’arte, perché fa riferimento alle componenti emotive e sentimentali dell’opera e della sua fruizione, escludendone altre ben più importanti, in primo luogo quelle conoscitive. Dal Seicento in avanti si afferma la convinzione ferrea secondo cui l’unica forma valida di conoscenza sarebbe quella scientifico-utilitaristica, finalizzata alla manipolazione e allo sfruttamento della natura: perciò, da quel momento, l’arte non può che essere declassata al rango di “estetica”, e messa in manicomio quando reclama giustamente i suoi diritti. D. A tuo avviso, i cantautori sono (o sanno) essere anche poeti? R. Non senza e non prima di essersi emancipati dai nefasti condizionamenti dell’industria discografica: è meglio non dimenticare che, come ha osservato Zumthor, negli stessi anni in cui la musica rock cominciava a diventare un colossale business con un giro d’affari di miliardi di dollari, i Beatles si scioglievano, Bob Dylan si ritirava dalle scene, morivano Brian Jones e Jimi Hendrix. Dall’altra parte, bisognerebbe riflettere più spesso sul fatto che la dimensione fisico-performativa è quella originaria della parola poetica e, a mio avviso, anche la più adeguata all’espressione artistica in generale, la più “promettente” per il futuro. D. “La parola infetta” è anche manifesto di una ideologia letteraria, sociale e/o politica? R. "La parola infetta" è la proposta di un paradigma antropologico fondato sull’idea e sulla prassi di quella che chiamerei “comunità del contagio”: finora abbiamo conosciuto i crimini della cosiddetta “società aperta” liberale, che distrugge alla radice ogni solidarietà sociale mettendo gli individui in competizione fra loro, e, di contro, abbiamo assistito alla reazione identitaria dei vari movimenti populisti e xenofobi nati dappertutto in Europa e non solo. Bisogna creare una, o meglio, molte comunità aperte, in cui l’esigenza legittima di “reincantare” il mondo, di costruire legami profondi con il territorio, non si traduca nella chiusura etnica e nella demonizzazione dell’immigrato: bisogna immaginare il volto, o i volti, della civiltà ibrida e meticcia che ci attende. Questo compito non va lasciato ai boss delle multinazionali e della finanza mondiale ma tocca ai poeti, agli artisti, agli "auctores". D. Quali i critici, gli artisti, i romanzi, i saggi che ti hanno formato, che ti hanno fatto diventare (o essere) Giampiero Marano? R. Nella mia formazione il ruolo decisivo è stato svolto dallo studio dei classici greci e indiani. Fra questi, i dialoghi di Platone e la "Bhagavadgita" sono i testi che ho approfondito di più e che non ho mai smesso di rileggere. D. Come è nato il progetto de “La parola infetta”? Quale la necessità? E’, a mio avviso, un lavoro sofferto ma estremamente lucido che fa ben sperare in un rinnovamento critico dei critici. R. Come ho già detto, con questo libro ho voluto portare il mio contributo alla costruzione di un nuovo paradigma culturale, la cui influenza non deve però restare circoscritta alla sola critica e alla letteratura ma riguardare tutte le arti e, in fondo, qualunque altro aspetto dell’esistenza. Siamo agli inizi del secolo, è il momento di metterci al lavoro. [G. Iannozzi]: Grazie Giampiero per l’attenzione e la squisita disponibilità. Grazie a te e al tuo lavoro onestamente critico, la critica italiana ha una nuova prospettiva di rinnovamento.
28 Agosto 2003Atelier (n. 28) diRiccardo Ielmini
Recens. de 'Lo sguardo delle cose' di D. Monreale Dove sono le Isole Felici con le quali si apre il nuovo libro di Daniela Monreale? Esse emergono qua e là, per «accenni», per «parziali incidenze», ben presto versate in «schegge reali a ferirmi». La rotta verso quei luoghi si presenta, quindi, fin dall’inizio come direzione verso un “non luogo” o, comunque, verso un luogo intravisto e forse perché proprio intravisto, esperito, a maggior ragione, come luogo del dolore, dell’assenza. La dialettica verbale lungo la quale si snoda il volume è con giustezza giocata sull’alternanza di condizionali e ottativi, che delimitano lo spazio della vita, del viaggio, nei quali, a mo’ di provvisorie bussole, «servono, come rifugi, le cose». Perciò le Isole Felici – ciò che nell’amore è «abbastanza per avvistarti, / sopra l’onda» - resistono anche di fronte alla morte, trasfigurata in una «spaventosa / esultanza della sera». Daniela Monreale si muove lungo l’asse dei simboli, dei segni, delle Parole definitive che si scontrano e si incontrano con la quotidianità dei «gesti sempre uguali», come la «cronaca dei baci»: da questo scaturisce l’interrogazione del senso, ancora e sempre oscillante fra il «cos’era e se c’è un profondo / non saperlo mai», e la consapevolezza che «c’è una rotta che porta / a uscire guardare somigliare / a qualcuno». È in questa cifra, la più significativa del libro, in questa oscillazione che paradossalmente si configura, a un certo punto, il viaggio alle Isole Felici come «viaggio a ritroso»; è in questo momento centrale, dicevo, che emerge, cosa fra le cose, rifugio fra i rifugi, la poesia: «seguo il fiume / tengo in serbo la poesia, eresia / restando». Secondo Daniela Monreale, anche la poesia si presenta nella duplice veste di guida in moto («seguo») e di traccia stabile, di “ubi consistam” («restando»). Se è vero che il gioco delle antitesi, dei paradossi logico-linguistici che tornano nei testi traduce la natura ancipite della vita, è altrettanto vero che la ricomposizione (parziale, e non potrebbe essere altrimenti) si esprime nel continuo richiamo al «qualcuno» referente certo, con il quale il dialogo, via via più fitto, diventa totalizzante nelle ultime due sezioni del libro, “Nitida incoerenza” e “Scacco matto”. Qui non si può nemmeno più parlare di dialogo, ma di una comunione, per cui prevale il “noi”, ma nelle forme di una sorta di resoconto onirico (si veda l’uso dell’imperfetto), dove le Isole Felici sono irraggiungibili e resta solo un «prendere niente / a niente». Il libro, allora, può essere letto, in chiave petrarchesca (e ungarettiana, in particolare i “Cori” di Didone), davvero come un inno all’assenza e all’effimero che tende all’assenza (e di più, al «non-senso / dell’assenza»), come un canzoniere dove l’amore e la vita subiscono, quotidianamente, lo “scacco matto”, dove «il conto non torna mai / e verrà una luce spadiforme – forse – / a destinarci».
28 Agosto 2003La Mosca di Milano (n. 9) diCristina Pennavaja
Recensione de 'La carcassa color del cielo' Dopo una prima lettura del libro “La carcassa color del cielo”, che mi ha attratto per lo stile molto personale e per l’intreccio delle vicende, ho desiderato conoscere l’autrice. Solvejg Albeverio Manzoni, nata ad Arogno in Svizzera, vissuta in vari paesi europei e negli Stati Uniti d’America e ora residente a Bonn, è un’ottima disegnatrice e pittrice di corrente surrealista. Lei stessa mi ha mostrato come è passata alla scrittura: a partire dal 1980 ha sentito l’urgenza di apporre nei dipinti parole, poi brani di racconto. Quando le parole cominciarono a diventare troppo per il quadro, per Solvejg fu l’inizio della scrittura. Come narratrice ha pubblicato il romanzo “Il mantello come meteora” (Casagrande, Bellinzona 1990, premio Ascona per la narrativa inedita) e i racconti “Frange di solitudine” (Edizioni del Leone, Venezia 1994), tre pezzi di grande qualità letteraria. Notevoli le sue pubblicazioni di poesia: insieme con Ketty Fusco e Carla Ragni, “Il fiore e il frutto – Triandro donna” (Edizioni del Leone, Venezia 1993) e “Spiagge confinanti” (Book Editore, Castel Maggiore, Bologna 1996). ”La carcassa color del cielo” ha – giustamente – richiesto un lungo lavoro di scrittura: sette anni. Questo libro davvero insolito è infatti il racconto onirico di una voce narrante femminile, un libro di poesia, un testo di storia e al contempo uno scritto che scava nelle inquietudini, nella repressione, nell’ingiustizia, nel nuovo schiavismo della società capitalistica in cui viviamo. Come i buoni scrittori, anche Solvejg Albeverio si è lasciata trasportare dall’avventura. Così mentre narrava la vicenda di una donna che cammina in una città sconosciuta, scoprì la storia di Georg Elser, il falegname svevo autore nel 1939 di un attentato a Hitler che fallì provocando morti e feriti, e lasciando salvo il funesto dittatore. La vicenda di Elser la colpì, inducendola a gettarsi in un lungo lavoro di letture, documentazioni storiche, visite nei luoghi in cui erano state imprigionate vittime della Gestapo tedesca. La scoperta del fatto che Georg Elser concluse i preparativi dell’attentato nelle prime ore del 6 novembre 1939 fu impressionante per Solvejg: quelle erano le ore della sua venuta al mondo... Così lei sentì che la vicenda della donna che cammina nella città sconosciuta (di matrice autobiografica) e quella di Georg Elser dovevano confluire l’una nell’altra. Si andava formando in tal modo “La carcassa color del cielo”. Il lettore si imbatte in tre elementi narrativi: 1- La voce narrante di un personaggio femminile che racconta il suo peregrinare in un paesaggio di grande città, le sue paure, i suoi desideri, il suo abbandono a un amore saffico, la sua solitudine. 2 – La vita, raccontata nella terza persona singolare, di Georg Elser: i suoi amori, la sua frenesia di giustizia, i lunghi ed estenuanti preparativi dell’attentato a Hitler, la fuga, l’arresto, il martirio e l’avanzare dello strapotere nazista con le persecuzioni, la guerra, il genocidio. 3 – La nascita della stessa Solvejg Manzoni (nel brano intitolato “Nella notte, gli invisibili fili”), il freddo patito per una grave circostanza familiare che per fortuna si conclude con la salvezza: l’inizio della sua vita coincide con il gran freddo patito da Georg Elser nel suo fuggire. Solvejg nasce, e Georg sta per concludere la sua esistenza. Il libro ci offre cose inattese: l’incontro con strani scenari di sogno e di realtà, personaggi bizzarri, una svariata fauna che può evocare in noi lettori il ricordo del nostro rapportarci ai vari animali del mondo, e farci riflettere. Ci parla di scrittori poco conosciuti, come l’iraniano Sadeq Hedayat (autore de “La civetta cieca”), alla cui tomba Solvejg porta fiori, non lontano dalla tomba di Proust al cimitero Père Lachaise di Parigi. Il nome di Hedayat non è nominato: si ha l’impressione che lui sia un caro amico, oltre che una fonte di ispirazione (lei gli ha dedicato due poesie: “Appuntamento” e “Portavi un turbante” nella raccolta “Minuscoli aldilà”, uscita nel già citato “Spiagge confinanti”). In queste pagine in cui la volontà di ricordare, la passione e l’impegno morale vanno di pari passo, non è affatto strano che la vicenda del gatto Omero sia accostata a quella di Elser. Così Solvejg Albeverio (che ha esposto sue incisioni in Biennali Internazionali di Grafica) scrive: «Sfaccetature della sincronicità, il gatto sfregiato che ha perso la vista, ma nonostante ciò attraversa la città dirigendosi verso il luogo dove troverà la serenità, e il falegname svevo, con la coscienza corrosa per una decisione dalla quale non può evadere, che prosegue, attimo dopo attimo, fino al proprio annientamento. Entrambi mossi da un possente vento silenzioso, arcano soffio di un destino che imperiosamente trascina verso mète sconosciute, eppure già stabilite con la precisione del tratto di bulino sulla lastra» (pag. 113). Lo stile del romanzo è vario, com’è vario il susseguirsi (talora la compresenza) dei sogni, dei pensieri, degli accadimenti interiori ed esteriori. Tante sono le voci narranti, e diversi i punti di vista assunti nel corso dell’intreccio. Notevole l’abilità retorica della scrittrice, che però non è fine a se stessa. Le descrizioni, talora minuziose, cangianti e preziosistiche come accade in un artista figurativo che dà spazio al surreale, rispondono sempre a uno scopo espressivo, informativo ed etico. Questo libro complesso, polifonico e per molti aspetti visionario, inizia con una citazione di versi del poeta Erich Fried (“Klage”, in italiano “Lamento”): “Il Leviatano si è svegliato / e divorerà le stelle. / Chi mi aiuterà nella grande notte / a dimenticare del tutto la vita?”. Preludono alla cifra originale della donna e della fine artista Solvejg Albeverio Manzoni, quale si può cogliere attraverso la lettura di questo libro emozionante: un testo di oggi che parla del passato e del presente, che testimonia con coraggio e con sapienza, e che durerà.
27 Agosto 2003L'Unità diRoberto Esposito
Recensione de 'La parola infetta' di G. Marano LA PAROLA CONTAGIOSA. A ulteriore riprova della produttività ermeneutica del paradigma di immunizzazione, in un libro intitolato “La parola infetta” (Nuova Editrice Magenta, 2003), Giampiero Marano ne tenta una stimolante applicazione all’ambito della letteratura. La sua tesi di partenza è che la parola letteraria – e più specificamente poetica – è fin dall’origine sdoppiata in due livelli distinti e intrecciati: uno di tipo comunitario, e anzi «contagioso», nei confronti della città e un altro di tipo immunitario, destinato a coprire e neutralizzare gli effetti potenzialmente dissolutivi impliciti nel primo. È come se la parola poetica che si è imposta nella cultura occidentale nascesse con lo scopo di proibire una parola più originaria, adesso interdetta appunto perché rischiosamente infetta. Già la poetica greca, fin dall’archetipo platonico, esprime questa esigenza terapeutica selezionando e ammettendo nella polis solo quella poesia priva di potenza contagiosa o comunque capace di disciplinare ed istituzionalizzare gli impulsi socialmente pericolosi che la sua pratica comporta. Ma è all’esordio della cultura moderna – in particolare con la nascita della categoria di soggetto – che tale funzione immunitaria diventa sempre più dominante. Se essa è ancora oscillante in Dante, è Petrarca a fissarne il canone lungo una linea poi consolidata da Bembo e Poliziano: scopo, o effetto, della lirica è quello di fondare lo statuto della soggettività proteggendo sia il poeta sia la comunità dalla violenza contagiosa contenuta nella parola infetta. Naturalmente questo sforzo di «autovaccinazione» operato dalla poesia ufficiale non è privo di smagliature e di contraddizioni. Il mondo della luce apollinea è, infatti, continuamente minaccaiato dalla potenza di ciò che vuole interdire. Così Marano può ricostruire a fianco, e dentro, la tradizione letteraria istituzionale, un’altra linea capace di decostruire il paradigma immunitario e la presupposizione metafisica che lo sorregge. Se essa si rivela già con Rabelais, restando ancora ambigua in Leopardi, è con Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont e Artaud che esplode nella forma più radicale. Nella loro opera, infatti, si origina e prende letteralmente corpo quella forza d’urto destinata a motivare, e contemporaneamente a travolgere, l’esistenza di autori più recenti, e anche assai diversi, come Celan e Pasolini. Contro la funzione «anestetica» del Canone, l’estetica contemporanea sperimenta così un’altra possibilità cui resta legato non soltanto la forza innovativa, ma il destino stesso della poesia.
27 Agosto 2003Varesenews diStefania Radman
Intervista a D. Azzalin UN VARESINO IN AFRICA, E RITORNO. Camicia a scacchi, zazzeretta da ragazzone sale e pepe, una piccola, splendida casa colonica giusto dietro al centro più caotico di Varese ma misteriosamente immersa nel verde, come se fosse lontana mille miglia dalla città: così si presenta Dino Azzalin, stimato dentista varesino, ma ancor più conosciuto estimatore dell'Africa, volontario coraggioso, e protagonista di un'avventura accaduta qualche anno fa: rapito in Kenya dai banditi, fu nelle cronache cittadine per diverso tempo, insieme ai suoi concittadini e compagni di avventura. "Faccio il vino da me" racconta, facendo riferimento implicito al vigneto che sta di fronte a casa, e di fronte al lago di Varese. Non è l'unica cosa che si è messo in testa di fare, da sé. "Sono nato nel 1953 in provincia di Padova. A Varese ci sono venuto a 10 anni, per ragioni di lavoro dei miei. Mi trovo bene qui, vivo in un posto bellissimo, ma forse c'è in me una forma di inquietudine... Mio padre mi ha sempre educato al viaggio e alla conoscenza del mondo e ho sempre viaggiato un pò dappertutto. Ho gironzolato per i fatti miei fino all'86, quando ho scoperto l'Africa: da allora non sono più andato da nessun'altra parte". E, da allora, i viaggi non hanno più avuto una semplice ragione turistica: sono diventati occasione di solidarietà internazionale "Io ero uno che faceva viaggi banali, legati al puro piacere di viaggiare: solo non mi piaceva il "tutto compreso".Da quando ho cominciato ad usare questo modo di "viaggiare" ho smesso di farlo in maniera classica, da turista. Io non so se quello che provo sia mal d'africa, ma so per certo che è qualcosa che si cura solo tornando in Africa. I paesaggi, la gente,i costumi, le danze... anche il deserto africano, per quanto sembri arido e senza vita, è molto più vivo di certi deserti urbani di qua, pieni di gente e invece senza vita, dove regna l'incomunicabilità. In africa invece non c'è incomunicabilità c'è comunicazione continua". Da allora, Azzalin, è tornato nel continente nero almeno un paio, ma anche 4 volte all'anno. Con una associazione da lui promossa e fondata: "APA nasce da un gruppo di colleghi e amici incontrati nel corso degli anni, lavorando per diverse associazioni di progetti sanitari per paesi in via di sviluppo: progetti che non volevano evangelizzare o occidentalizzare le persone di quei paesi ma conoscere la loro realtà, capendo i loro reali bisogni, e non creando dipendenza sull'occidente. Un tipo di cooperazione fatta non per portare doni agli africani ma per insegnare loro a procurarseli. Con questi amici abbiamo infatti ritenuto fosse più importante fare progetti piccoli ma continuativi, insegnando agli interlocutori locali a rendersi indipendenti. E' stato un lavoro lento, paziente, durato più di 10 anni, e ben riuscito in Kenya, anche grazie al fatto che da dieci anni in quel paese non ci sono guerre nè scontri tribali. I volontari dell'APA fanno parte di diverse associazioni: più di un'associazione si tratta di una amicizia. Non c'è una specializzazione in noi: lavoriamo nelle scuole, o in carpenteria. Non ci sono solo medici specializzati, il dare non ha bisogno di categorie". Sono sempre gli stessi? "No, ci sono sempre nuovi volontari. E ad agosto scorso è successa una cosa bella e commovente: Carmen e Federico, due colleghi di Firenze di cui io sono il padre spirituale, hanno voluto sposarsi in Africa, in uno degli ultimi nostri viaggi. Anch'io ho un padre spirituale: il mio è Luigi Castagnola, a Zurigo. ha 82 anni è cieco, e io sono le sue pupille in questa attività di volontariato. è un professore universitario ed esiste una fondazione intitolata a lui, ricercatore col pallino del volontariato, da vent'anni". Padre spirituale, una parola grossa: c'entra con la religione? "mi sono avvicinato a Dio recentemente. Le prime avvisaglie le ho avute nella mia prima esperienza in Etiopia. Un missionario mi ha chiesto perché non andavo in chiesa, poi mi ha spiegato che questa era una domanda che mi rivolgevano indirettamente i miei pazienti africani, tutti cristiani. Così, per cortesia e curiosità ho provato ad andarci, e ho scoperto che le liturgie mi arricchivano anziché impoverirmi. La mia attenzione per Dio sta dalla parte cristica però, quella di Zanotelli, per intenderci. Una cosa un pò rivoluzionaria: Gesù del resto era un marxista antesignano che proclamava una uguaglianza almeno umana, che in Africa non esiste. E che corrisponde alla mia implacabilità contro i potenti e alla mia generosità con i deboli: un insegnamento di mio padre. Che è morto proprio in coincidenza con il mio primo viaggio in Africa:si può dire che ci sia andato per elaborare quel dolore. Lì ho trovato mio padre dappertutto, e scoperto i poveri. Così ho cominciato, con la morte di mio padre, quella ricerca interiore che mi ha portato a Dio". Tra Azzalin e Zanotelli, il famoso direttore di Nigrizia negli anni settanta e ora prete missionario nella baraccopoli di Korogocho, il legame è stretto: padre Zanotelli ha scritto la prefazione di "Diario d'Africa", il libro di Azzalin che sta per uscire edito dalla Nuova Magenta. Ed è stato al ritorno da una visita alla sua baraccopoli che Azzalin con un gruppo di amici è stato rapito dai banditi anni fa: "Siamo stati rapiti dai banditi, forse per nostra imprudenza. Eravamo andati nella missione di Zanotelli, e al ritorno siamo stati assaltati, depredati di tutto e minacciati di morte. Ma è stata peggiore la sorte dei banditi: il primo è morto a pochi metri da noi, dopo la nostra liberazione. Il secondo è morto bruciato in una rapina e l'altro è stato impiccato al processo". Cosa pensa di loro? "Che hanno fatto, in fondo, "il loro dovere" noi eravamo degli alberi di natale e loro hanno preso i regali. Non ho risentimento: anzi, mi hanno reso famoso...". Questo episodio, come molti altri, è contenuto nel libro che sta per uscire. Scrivere queste vicende è stata una necessità personale? Un impegno sociale? "Scrivere libri è come viaggiare stando fermi.... Io comunque tengo sempre un diario diario di viaggio, e questo abbiamo pubblicato" Il ricavato del libro è destinato all'APA, e alla Pamoja Trust che si batte per la restituzione della terra ai poveri di Korogocho, la baraccopoli dove vive Zanotelli. Un libro tutto africano. E' fatto per chi vuole ricordare l'Africa o per chi vuole immaginarla? "E' fatto per gente che ci vuole andare". come e con chi? "Certamente non con un viaggio "tutto compreso", dove tutto è falso e non rispetta la povertà della gente. Ci sono strutture missionarie che offrono ospitalità e lavoro per chi vuole approcciarsi a questo tipo di viaggio. Solo la paura dell'ignoto fa optare su situazioni più comode, ma che danno di meno e fanno meno conoscere il paese dove si vuole andare". L'Africa, nel ricordo e nelle emozioni, è più paesaggio o più uomini? "L'africa non esiste. E' un insieme di realtà, di tribù, non c'è come continente. E' uguale solo nella povertà: i poveri hanno sempre lo stesso ciclo di polvere e di fango, a Marrakech come in Sudafrica. il grande male dell'africa è la tribalizzazione, che fa perdere di vista il significato dell'unità nazionale. Però se noi pensiamo alle nostre civiltà e ai nostri percorsi storici, dobbiamo ammettere che l'Africa sta facendo quello che abbiamo fatto noi nei secoli scorsi. E che l'Africa è stata per troppi secoli derubata delle sue cose migliori, soprattutto dei suoi uomini. E infine, che l'Africa ha in sè delle grandissime contraddizioni: in essa ora convivono scontri tribali e computer". Hai un lavoro che ti dà soddisfazione, una bella e giovane moglie, Alessandra, e un bel figlio di quattro anni Riccardo. Qual'è il nesso tra questa vita bella e normale e le frequenti parentesi africane? "La luce della gioia che si prova in entrambe le avventure, quella famigliare e quella africana".