LA MEDIETA' E’ appena uscita per Nem (Nuova Editrice Magenta) una raccolta di poesie di Angelo Rendo, intitolata “La medietà”. Sicuramente la poesia di Rendo non è la più semplice, al primo approccio; le liriche superano raramente i quattro versi e trovarne il significato è spesso difficile, se non impossibile. Tutto si semplifica nel momento in cui ci si arrende, e si smette di cercare di capire: improvvisamente le parole ricreano in noi delle sensazioni, non per il significato letterale che hanno, ma per l’insieme di immagini che richiamano. Parlando della sua poesia Rendo ha affermato: “La realtà, non la si raggiunge mai, non c'è nulla da aspettare, la poesia non raggiunge la realtà, NON PUO' raggiungerla. La scrittura, quella vera, è carburante, se la ride, non si accomoda, è mutamento, muta. Quindi, E’ la realtà! La vive!”. La poesia di questo autore quindi, partendo dalla rinuncia a rappresentare la realtà, scopre improvvisamente di essere essa stessa reale. Le parole rappresentano concetti, sono quindi solo delle idee, ma se invece smettiamo di considerarle come un’etichetta da interpretare le recepiamo per quello che veramente sono: puri suoni. Ascoltando il suono delle poesie prodotte da Rendo nella nostra mente si ricreano, quasi spontaneamente, immagini talmente definite da non poter esser imputabili al caso, ma solo all’indubbia qualità di questo artista. Sono quindi inutili i complicati giri retorici che spesso facciamo nel desiderio di comprendere il significato delle sue poesie perché, come prosegue il poeta: “Quando si cade nel discorso ozioso della ricerca della lingua, di significante e significato, veramente uno costruisce di secondo grado, non lievita, è pasta andata a male. Cosa aspettarsi da tali loschi figuri, emblemi assoluti del male dell’arte, dell’uomo occidentale così come è oggi, allo stato purulento??!!”. A questo punto ogni discorso in più sarebbe sbagliato, ma per conoscere a fondo il mondo di Rendo possiamo ancora consigliarvi di visitare il sito da lui fondato: www.nabanassar.com.
19 Marzo 2004«Atelier» (n°32, 2003) diThomas Maria Croce
Recensione de 'La parola infetta' Se i termini virus, contagio, infezione, inferno, vi fanno pensare solo a eventualità negative, evocano solo terrore e ripulsa nella vostra mente, allora provate a leggere l’ultima fatica di Giampiero Marano, il saggio La Parola Infetta, opera originale e intensa, avvincente excursus nella letteratura europea moderna, le cui vicende vengono esaminate dalla prospettiva filosofico-sociale cara al giovane critico varesino. Da questo libro, che si rivolge ai critici ma anche agli appassionati di letteratura e perché no?, agli stessi poeti, emerge chiaramente e provocatoriamente che il luogo naturale dei poeti non è l’eden arcadico, né tanto meno la torre d’avorio ai quali una certa letteratura decadente o estetizzante ci aveva abituato, bensì l’inferno, inteso, d’accordo con Quevedo, come un insieme di situazioni che hanno a che fare con la realtà concreta, quotidiana, a volte anche brutale, e non con un mondo artificiale e perciò artificioso, costruito a bella posta. Il poeta, se vuole che la sua opera abbia un valore, una pregnanza, deve esporsi al rischio della contaminazione, lasciare che la sua parola si sporchi, s’infetti, per comunicare veramente. I poeti e la loro opera devono uscire dall’alveo protettivo, dalla nicchia nella quale la società li ha relegati affinché se ne stiano in disparte, innocui, a occuparsi di vane disquisizioni estetico-letterarie; in altre parole, gli scrittori devono rinunciare coraggiosamente alla loro immunitas secolare, garantita dal potere, se vogliono consentire al loro messaggio di avere ancora un’efficacia, di incidere in qualche modo all’interno del contesto storico in cui vivono. Questo mi pare il senso più profondo, l’urgenza che anima il libro di Marano: è necessaria una presa di posizione da parte degli scrittori, degli artisti in generale, che non devono limitarsi a produrre valore estetico, svincolato dal contenuto conoscitivo, sociale e in fondo politico, come vorrebbero invece l’Illuminismo e il Pragmatismo contemporaneo. Se l’artista accetta questo ruolo decorativo, questa funzione di orpello che la società assegna alla letteratura, relegandola nel locus immune e asettico («il giardino della Bellissima Dama», per citare Blok), rischia di non essere più ascoltato, diventando parte integrante dello show business, marionetta da palcoscenico, finto ribelle. E questa presa di posizione, che può essere dettata solo da una consapevolezza interiore e dalla conoscenza dei problemi, è tanto più necessaria in una fase storica come la presente, nella quale letteratura e società si muovono su cammini divergenti come forse mai era successo in precedenza. In questo preciso momento, l’autore non può che opporsi all’ibernazione del dialogo, alla sterilizzazione dell’humus culturale, deve andare contro la società per essere credibile ai suoi occhi. Detto questo, non aspettatevi vani discorsi e proclami politici all’interno del saggio: l’intento del libro, come dichiarato nella lucida e interessante Introduzione, è quello di seguire da vicino l’evoluzione della letteratura , non per farne una storia di cui francamente non si avverte il bisogno, ma tentando di illuminare con alcuni esempi rivelatori il senso di un intero movimento. La Parola Infetta segue la parabola della letteratura nella modernità, della quale Dante è il precursore e Petrarca il vero iniziatore. Attraverso le puntuali analisi dell’autore si delinea un percorso affascinante nel quale si muovono autori, di volta in volta più o meno consapevolmente fondatori di un canone estetico o di una maniera poetica, quindi classicisti (e classisti), normalizzatori, che hanno avuto l’indiscutibile pregio di creare o proteggere nei secoli la lingua letteraria assurta a modello da imitare, ma nello stesso tempo sono corresponsabili della perpetuazione del paradigma immunitario tipico dell’epoca moderna, diventato una prigione per la libertà espressiva e la vis polemica. Fra questi, l’autore tratta Petrarca, Poliziano, Bembo e i petrarchisti del Cinquecento, Voltaire, Manzoni e Benn, considerato come ultimo erede del verbum immune. All’estremo opposto si collocano gli autori in qualche modo eversivi, fuori del canone, per loro stessa volontà o costretti dal destino, i quali demoliscono la tradizione per ricostruire un proprio mondo poetico (che non è il locus amoenus dei manieristi!), un cosmo fortemente soggettivo e spesso caratterizzato dall’irrompere nel linguaggio di forze incontrollabili, che ne stravolgono le regole; sono gli autori maledetti, quelli che tentano di uscire dalla cristallizzazione, dalla campana di vetro, per esporsi al contagio della parola infetta, non disdegnando affatto l’uso del plurilinguismo, dei dialetti, del pastiche; tali autori, ai quali va la simpatia del critico (che pure rispetta tutti gli altri), grazie alla loro costante ricerca espressiva hanno saputo avvicinarsi maggiormente all’indistinto originario, a quel Unland, terra-non terra fatto di magma ribollente, ancora privo di argini e canalizzazioni, che si situa in una dimensione atemporale, prima della storia e del canone, dove regnano l’Invisibile e l’Ineffabile. In questa seconda “categoria” entra per primo Rabelais, caso unico e rimasto senza seguito nella letteratura francese, autore disceso negli inferi, come più tardi Rimbaud, poi senz’altro Quevedo con il suo cosmo invertito, comico-grottesco, Lautréamont, dissacratorio, in grado di strappare la parola alla capsula immunitaria, rendendola programmaticamente infetta, mortifera. Sostenitore di una rivolta antiborghese estrema, consapevole che lo scontro in atto non è tra destra e sinistra ma tra Oriente e Occidente, è Antonin Artaud, seguito dall’anarchico e antinazista Bataille, che al Soggetto moderno oppone l’arte intesa come delirio e sacrificio. Infine Pasolini, l’antipetrarca per eccellenza, l’intellettuale che difende la comunità del sottoproletariato e si oppone allo “spettacolare integrato”, definizione con la quale si allude al supremo capolavoro del progetto immunitario moderno, che consiste nella strategia adottata dal potere per trasformare il nemico nell’icona dell’amico e, viceversa, sterilizzare l’embrione del contrasto e dell’amore. C’è poi una terza “categoria”: sono gli autori che stanno esattamente nel mezzo, anelano a sporcare la parola ma rimangono nella protezione immunitaria, dibattendosi in un contrasto, spesso lacerante, fra “bene” e “male”, Arcadia e Inferno, ordine moderno e caos primigenio, luce e ombra, ragione e follia, poetica e contropoetica. È il caso di Boccaccio, Leopardi, Blok, Pessoa, Celan, Zanzotto. Quest’ultimo, per citare Jünger, conosce bene “l’enorme potenza del niente” e della depressione, e vede nella ricerca poetica una terapia totale ed eroica. Il discorso critico di Marano si distanzia dalle tendenze dominanti della critica letteraria novecentesca (strutturalismo e formalismo), pur riconoscendone l’importanza, è un discorso personale, non appartiene a nessuna scuola, anche se l’autore riconosce un “debito” nei confronti di filosofi scrittori come Bataille e Blanchot, del sociologo Latouche e, fra gli italiani, Cacciari ed Esposito. Fra i critici ammira Fortini e Carla Benedetti. Il libro che ho qui recensito, nonostante la complessità intrinseca degli argomenti, è di agevole lettura e si sviluppa quasi come un racconto, un diario di viaggio ricco di appunti e considerazioni.
8 Marzo 2004Poesia (181) diGregorio Scalise
Recensione de 'La parola infetta' Monatto o medico, infestatore o difensore della salute attraverso l’immunizzazione della parola, borghese o rivoluzionario, oracolo che attinge direttamente dal tempo e dalla vita o ciarlatano? Ancorché Marano si sforzi in ogni occasione del libro di determinare i confini e le distinzioni, l’ambiguità della dimensione resta; proprio perché di base nasce gemellare e duale. Ma il punto non è questo; su molte origini ha riflettuto la filosofia e probabilmente non ci ha persuaso dal momento che la ignoriamo ostentatamente. Il punto è, invece, come dimostra la ricca messe di esempi e di quadri di Marano, quello di cogliere singole personalità con un metodo di ricerca che enfatizzi e sottolinei le scelte, le parole, i significati e che soprattutto sottragga i poeti (grandi e piccoli, antichi e moderni) alla critica impressionistica, di semplice gusto, oppure alla morsa della filologia e forse anche a quella dell’ermeneutica. Così sia Bataille che Leopardi, Petrarca e Zanzotto, per non citare che alcuni dei nomi chiamati in causa, vengono riletti in una luce che restituisce il loro contenuto drammatico e che li rivitalizza in uno scontro che anche ammesso che non esista, contribuisce a rendere più efficaci e laceranti i loro pensieri e i loro versi. Un’energia che viene da definire « negativa » (e che in realtà è l’energia di un uomo in battaglia) percorre tutto il libro come una specie di rullo di tamburo che vuole destare le pagine spente, i versi scontati e proverbiali, i pensieri narcotizzati, l’approccio pensoso e rimuovente. Sembra davvero che Marano possa riconoscersi nella frase «non eiste più nulla che non sia contemporaneo», perché riesce a renderci contigui gli antichissimi Veda come i versi di Pessoa. Non si tratta di confusione postmoderna, o di una bella minestra in salsa new age. Se in un romanzo è il tempo, anzi la durata che conta (altrimenti si trasforma in un poema o in qualche cronaca, come gli scritti che ormai siamo abituati a leggere), ne «La parola infetta» ciò che qui abbiamo chiamato quadri – vale a dire la contestualizzazione delle singolarità poetiche – si svolgono lungo il loro asse temporale, con richiami che sono concettuali e logici (e quindi sul piano della concettualità, al massimo, possono essere discussi, accettati o negati). Ogni teoria deve essere ribattuta con uguale sapienza teorica, si diceva anni fa. E si potrebbe aggiungere che ogni lettura, oltre ad essere « creativa », deve sapersi orientare nella mappa dei riferimenti proposti dall’autore. Nel caso di Giampiero Marano, critico, salernitano, studioso di poesia e di poetiche, è più facile a dirsi che a farsi. La verità è che Marano propone in questa sua ricerca, «La parola infetta», un prospetto di erudizione moderna, vale a dire un insieme di libri e riferimenti di cui non si può che essergli grati (e basterebbe solo questo). Insomma è come chi scegliesse per noi, diciamo per la comunità dei poeti, una serie di testi che non sarebbe male consultare e conoscere. Tutto questo conferisce all’autore un punto di vista superiore e così chi non è d’accordo in tutto con lui (Pasolini, ad esempio) si sente un po’ intimidito a far valere le sue ragioni. Naturalmente una tesi pervade il libro e ne costituisce il collante. Ma come in un romanzo, la trama non è tutto e spesso ciò che davvero interessa è il corpo narrativo (il linguaggio, le riflessioni, la densità), così ne «La parola infetta» sono i grandi quadri che attraggono la nostra attenzione e la stupefacente abilità dell’autore nel trovare il filo che unisce finalità e nessi della letteratura dal mondo antico fino ad oggi. «So che la mia posizione non è agevolmente difendibile e che presta il fianco a diverse obiezioni» ammette l’autore nel capitolo introduttivo (pag. 24) e pensa, e pensa in grande, forse troppo; una «rottura del paradigma egemone». Ma, infine, anche se non è agevole far tornare tutti i conti, il lettore-poeta o anche il lettore tout court non è un ragioniere: dovrà pur cominciare qualcuno a riflettere seriamente sulla nostra condizione e cercare eredità e tradizioni, senso e negazioni. Ci sono molti studi, si dirà, le biblioteche traboccano. Vero. Ma i libri pensati nel rapporto antico-moderno, moderno-contemporaneo, e che riguardino dall’interno la vita della letteratura forse ce ne sono di meno. Perché dall’interno? Perché Marano cerca di collocarsi niente di meno che al centro del processo letterario, ovvero nella motivazione esistenziale e col mondo che la letteratura instaura. La tesi è che la parola era garanzia di immunità, oggi questo privilegio è venuto meno. L’era del Petrarca è tramontata, a lui si sostituisce la follia tormentata di Artaud. Il tempo lineare è terminato, siamo nel tempo circolare e tellurico, le ere sepolte si congiungono con la modernità e la postmodernità, «non esiste più nulla che non sia contemporaneo». Non è un caso che il motore di questo libro sia il teatro della crudeltà di Artaud. La realtà decaduta da un’età mitica, è falsa. Il divino non abita il cuore degli uomini, tutto è impuro, solo una pratica di iniziazione può riappropriarsi di una condizione di purezza. Il libro di Marano, lo si ripete, meriterebbe recensori e avversari del medesimo livello tecnico-bibliografico. Qui si può soltanto rispondere che forse lo scontro frontale non sempre avviene nei termini descritti, che l’elusione della tragedia appartiene a molti poeti (Goethe per esempio), che l’energia rimossa e che oggi chiamiamo follia non è detto che appartenga a una condizione così definitiva per cui corre l’obbligo di richiamarla in un servizio distruttivo/costruttivo. E si potrebbero aggiungere un’infinità di ragionamenti di carattere, diciamo, moderato. Eppure le testimonianze che Marano porta, e che una certa saggezza potrebbe mettere almeno in discussione, sono molteplici, profonde, perentorie. Si pensa ad esempio all’analisi del pensiero poetico di Benn colto in una linea di assalto/difesa, nella contraddizione comunità/dissoluzione dell’io (facile comunque l’obiezione che «quella» comunità possibile, ai tempi di Benn, mal tollerava soggetti raziocinanti e compatti), e si pensa anche a certe illuminazioni del poeta tedesco che il testo di Marano porta a sorprendente meditazione; questa per esempio: «L’antichità è molto vicina, è tutta quanta in noi, il ciclo culturale non è ancora chiuso». Oggi, 2003, molti pensano che il ciclo sia davvero agli sgoccioli, nessuno sa cosa avverrà dopo. Potrebbe essere l’esplosione di quella antichità che è in noi e di cui parla Benn? E quella antichità non ci farà mica lo scherzo di avere un nome politico e magari, diciamo, un garante? Resterebbero ancora altri autori: Lautréamont, Rabelais, Blok, Voltaire. Ma la recensione diventerebbe un altro libro, magari un contro-libro. Basterà qui dire che «La parola infetta» è un’interrogazione costante sul domani, partendo dai documenti dell’oggi e anche dell’antichità, resi terribilmente attuali e sui quali dovremmo riflettere.
6 Febbraio 2004FLAVIO GAMBERONI diLINDA COLOMBO
LETTERA RADIO VARESE: CI MANCHI! Fino a due mesi fa non sapevo minimamente dell’esistenza di Radio Varese. Poi, quasi all’improvviso, la luce… Era quasi ora di cena, io, in cucina, stavo apparecchiando svogliatamente la tavola quando sentii mio padre borbottare qualcosa in salotto. Incuriosita urlai: “Cosa c’è?”, poi, non avendo ricevuto risposta, tutta “sclerata” decisi di dirigermi, con i bicchieri in mano, davanti al televisore. Lì, per la prima volta, mi apparve l’immagine delle tre scimmiette, a cui seguiva la scritta: “100,700- Radio Varese- La prima radio libera dell’occidente occupato”. Ascoltai per una trentina di secondi il giornalista che parlava, poi all’improvviso capii tutto: non solo avevo scoperto che in passato a Varese era esistita una radio, ma mio padre, che ne era stato un fervido ascoltatore, stava rievocando con nostalgia le ore liete trascorse in sua compagnia. L’episodio finì così. Qualche giorno dopo, mentre sfogliavo distrattamente “Sette” alla ricerca di qualche articolo che solleticasse la mia curiosità, vidi di nuovo l’immagine delle tre scimmiette che coronava l’intervista riguardante la pubblicazione del libro su Radio Varese. Ormai avevo deciso, avrei dovuto assolutamente leggerlo! Alcune settimane dopo portai a casa da scuola il famoso testo, ma lo abbandonai incustodito sul divano del salotto, sommerso quasi completamente da un'innumerevole moltitudine di riviste. E così, alla sera, io e mio padre riprendemmo il discorso già iniziato alcuni mesi prima. Mi disse: “Sai che io conosco alcuni dei “ragazzacci” di Radio Varese?” Risposi stupita: “Li conosci?” E così mi raccontò, con gli occhi che brillavano dall’emozione, dei “tempi d’oro” del Classico, del prestigioso torneo di basket del Liceo e naturalmente… di musica. Sul finire degli anni Settanta a Varese il negozio di dischi (di vinile, ovviamente!) più prestigioso era, ma penso che lo sia tuttora, “La casa del disco”. Lì tutti i ragazzi si ritrovavano per trascorrere ore nell’ascoltare musica con l’intento di decidere scrupolosamente su quale album investire i risparmi di mesi. Tutte notizie, queste, confermate dal libro. Già, il libro: me lo aspettavo diverso; pensavo infatti fosse uno di quei testi che quando li inizi sai perfettamente che non arriverai mai alla fine. E invece non è stato così: superata l’introduzione (non proprio di facilissima comprensione!) sei avvolto in un turbinio di racconti diversi tra loro per tematiche, episodi e “stile”, ma tutti molto coinvolgenti. I tuoi occhi scorrono veloci tra le righe, le pagine si girano con facilità e continui a leggere, leggere, leggere. Sai che il tempo passa, sai che avresti mille altre cose da fare, ma non riesci a interrompere la lettura. Ti dici: “Ancora un altro racconto, solo uno”, ma sai già che non sarà così. Quando finalmente alzi gli occhi è trascorsa ben più della consueta mezz’oretta dedicata quotidianamente alla lettura. Ma non ti sembra di aver perso tempo, non hai rimorso per la pila di panni che aspettano di essere stirati, per la versione di latino ancora tutta da tradurre, per la scrivania che necessita di essere riordinata. Ti senti arricchito. Hai conosciuto le storie, narrate dai protagonisti stessi, di un gruppo di ragazzi che dal niente è riuscito per anni a “costruire” e a “mantenere” una radio. Me li vedo là, nella sede di via Walder, che confabulano, discutono, scherzano, litigano, ma soprattutto si divertono. I grandi eventi musicali, sportivi e politici sono solamente il pretesto per ritrovarsi insieme e consolidare l’amicizia. Sembra non siano cambiati questi ventenni di ieri, hanno mantenuto la vitalità, la grinta, l’energia, ma soprattutto… la voglia di fare, di costruire qualcosa di nuovo e di migliore. Guardiamo i giovani d’oggi. Che grande differenza! La maggioranza di loro (io, mio malgrado, mi includo in questa moltitudine) preferisce rimanere ferma, statica, magari sdraiata in poltrona ad ascoltare, al posto di essere attiva a farla, la radio. Che poi, se proprio vogliamo essere sinceri, la radio d'oggi lascia molto a desiderare. Ti sintonizzi su una frequenza e ascolti il successo del momento, cambi stazione ed è lo stesso: tutte uguali, tutte omologate e senza un briciolo di originalità. Ebbene sì, si sente la mancanza di Radio Varese (e per dirlo io che non c’ero, la cosa è piuttosto grave!): i vecchi ascoltatori nostalgici rimpiangono le trasmissioni e la briosità dei conduttori, a me, nei prossimi giorni, mancheranno soprattutto quelle insolite avventure che mi hanno accompagnato durante questi tristi pomeriggi invernali, facendomi immaginare un mondo in cui la radio riesca veramente a soddisfare le esigenze dell’ascoltatore. - Linda Colombo, IV B Liceo, 15 gennaio 2004 -