Quelle "Firme" che fanno grande Varese e provincia Fonte
5 Novembre 2005Corriere della Sera diFranco Tettamanti
Ritratti dalla Città Giardino Una Varese che non ti aspetti, lontana dal luogo comune e dallo stereotipo della città chiusa, fredda, imbolsita, ingrigita e provinciale a tutti i costi. E’ la città degli attori, degli artisti, dei poeti, degli scrittori, dei musicisti, dei giornalisti nel libro fotografico di Andrea Piacquadio, «Le Firme» (Nuova Editrice Magenta), che l’autore presenta oggi pomeriggio alla Libreria del Corso di Varese insieme Claudio Dal Frate. Il volume è una suggestiva galleria di ritratti, di personaggi, di interviste, di storie, di piacevoli scoperte. C’è una Varese viva e vitale. Basta sfogliare questo album d’autore per incontrare Dario Fo, Franca Rame, Uto Ughi, Alda Merini, Enzo Iacchetti, Nanni Svampa, Angelo Branduardi, Luciano Erba, Andrea Zanzotto, Chiara Zocchi, Massimo Boldi. Volti e personaggi noti insieme alle giovani promesse, ai promotori di cultura, ai molti che lavorano lontano dalla provincia, ma che non hanno dimenticato le radici. Protagonisti (qualche volta troppo in disparte) di una città che deve, questo sì, non avere paura di mostrare un’anima. Ha ragione Dino Azzalin, poeta ed editore del libro, quando nella introduzione scrive: «I sogni sono come i prati, non li puoi tenere li puoi solo attraversare». L’importante è non avere fretta e fermarsi. Nei prati. (Franco Tettamanti) ............................................................................................................... Varese, Libreria del Corso, corso Matteotti, ore 18.30
23 Ottobre 2005Luce diAndrea Giacometti
Gallarate, tanti libri per tutti i gusti La grande Kermesse di Gallarate...
23 Ottobre 2005La Prealpina diDiego Pisati
Quante belle "firme" in questo libro Da Andrea Albanese pittore...
21 Ottobre 2005Varesenews diFPL
'Le Firme': I mille volti dell'arte a Varese
17 Ottobre 2005La Provincia diElena Botter
Nei "clic" 100 storie tra Varese e il mondo
17 Ottobre 2005La Provincia diLuca Traini
ANDREA PIACQUADIO, PROFESSIONE: FOTO(SISMO)GRAFO Velate 16 ottobre 2005, Villa Ipazia (nome dagli echi alessandrini, dannunziani): un poeta, Dino Azzalin, nella veste di editore della "Nuova Magenta", presenta "Firme", il primo libro della nuova promessa della fotografia italiana, Andrea Piacquadio. Cento protagonisti della vita varesina ritratti dalla sua messa a fuoco incendiaria. Al foto(sismo)grafo subito la parola: "Ho voluto fotografare ogni personaggio nei contesti della sua quotidianità, come la casa o il luogo di lavoro, privilegiando la luce naturale o, meglio, le luci naturali. Quindi non soltanto quella del sole, ma anche quelle normali, tipiche di tutti i giorni, lampadine bianche o colorate, già presenti in loco, mai predisposte. Amo il tungsteno, mentre flash, lampade bank o meno e artificiosità di altro genere non sono nelle mie corde. Oggi abbiamo mezzi tecnici a prezzo ragionevole per fare arte con questa naturalezza. Soltanto tre, quattro anni fa non avrei avuto macchine, pellicole sufficientemente sensibili!". D. "Parli di naturalezza eppure, di primo acchito, sembrerebbe di essere di fronte a puro espressionismo, a un genio bizzarro che ama atmosfere neogotiche, quasi grottesche". "Ma io ho parlato di naturalezza, non di naturalismo. E poi il mio espressionismo è dovuto al fatto che grazie al `close up´, l´ alta definizione, io posso scavare in profondità i volti dei miei ritratti. Ma io, così facendo, non voglio deformare ma essere più vicino alla realtà, essere più reale di quanto non sarei se riproducessi la semplice superficie di un´apparenza. Questo mio modo di procedere lo devo al fatto che io mi ispiro molto, più che alla fotografia tradizionale, ai direttori della fotografia del cinema: sono più avanti". E mi cita le prime riprese a luce di candela del "Barry Lindon" di Kubrik. E ancora: Hitchcock, Woody Allen. Senza dimenticare gli amori pittorici di sempre: Caravaggio per le luci e Van Gogh per la figura. D: "Però, Andrea, ci saranno anche maestri fotografi `tout court´ nella tua formazione". "Certo. Per esempio, oltre a dedicarmi alla ritrattistica, sono principalmente un fotografo di moda e di nudo e quindi non posso prescindere dall´opera di Helmut Newton. Ma anche il boemo Jan Saudek, realistico fino al grottesco è uno dei miei modelli. In più, ho avuto la fortuna di poter lavorare con due grandi della fotografia italiana: Aldo Fallai e Valerio Spada. E, infine, tornando al cinema, a Kubrik, volevo soprattutto sottolineare il fatto che, per questo libro, mi sono ispirato molto ai colori caldi del suo `Eyes wide shut`. Quindi ho fatto anche dei miei scatti immagini ricche di colori, di colori reali che ho accentuato a seconda delle situazioni". Andrea Piacquadio: un altro dei giovani artisti che stanno finalmente portando Varese fuori dall´ombra. Luca Traini
8 Giugno 2005«Atelier» (n°37) diStefano Guglielmin
Angelo Rendo, La medietà Raramente un’opera prima sa fondere l’urgenza biografica nel solido di una scrittura essenziale, smussata intorno alla forma-periodo e venuta a galla perfettamente asciutta dopo aver attraversato il diluvio dell’interiorità. La medietà, in effetti, mostra l’impossibilità della confessione in senso rousseauiano, quel raccontare di sé per rigenerarsi attraverso l’opera, che fu la scommessa (perduta) del filosofo ginevrino; Angelo Rendo, al contrario, mostra la degenerazione dell’identità colta sulla superficie alchemica della lingua e lo fa da spettatore disincantato, che ripercorre il vissuto di un io “sanusanu”, ossia ingenuo, vittima d’un mondo inattendibile. Questo io-terza-persona, a cui Rendo presta la voce, grida il proprio desiderio di “parola chiara”, trasparente a sé e agli altri, pur sapendo che “angelo è il suo contrario” (p.34) e quindi scrive “fuori/ dalla significazione” (p.129), abbondando in ellissi e reticenze, e vive dominato dall’olfatto (senso animale per eccellenza) che si fa “vista” (p.30), “sigillo” capace di inglobare, mutandola in carne, l’identità. Tutto questo gioco di rimandi tra io narrante, autore e scrittura ricorda l’idea lacaniana della forza autre del linguaggio, che si dà al soggetto (similmente all’es gibt heideggeriano) decentrandolo, collocandolo a lato del suo stesso progetto poetico. E ciò inevitabilmente, giacché, appunto, la lingua si parla, parla sé in un’eccedenza che mai collima con l’identità del parlante. Preso, ma non irretito, in questo vortice senza centro, il poeta lascia i suoi fluidi alla lingua e poi li condensa, li cesella, per nascondere il malessere che traspare; ma anche, al tempo stesso, si vieta che la censura diventi assoluta, rimarcando, all’io sciolto nel suo monologo, una vaga inadeguatezza sostenuta però con orgoglio, a ribadire l’autenticità del sentire. In questo movimento prismatico - nel quale trovano fra l’altro collocazione sia l’esperienza amorosa, decostruita dall’interno al punto da essere quasi irriconoscibile (cfr. il capitolo “Il fatto interno”) e sia la prosaicità quotidiana (“apro il frigo e freddo contro/ il petto dentro c’è, il cuore/ e, con le spighe, il grano e/ la saponata, dopodiché, sul viso:/ è mattino e devo/ andare a lavorare.”, p.85) – si gioca la poesia di Angelo Rendo, la cui eticità si mostra anzitutto nell’uso di verbi ruvidi, dal forte impatto materico, e sintagmi che rinviano alla fatica e al dolore “dell’aperta campagna”, come recita l’ultima poesia del libro, secondo gli stilemi della migliore letteratura siciliana, da Verga a Sciascia a D’Arrigo. Alcuni esempi: “un volo scaricato”, “la linfa avvitata alle spalle”, “sarai remato”, “svitai l’osso del collo”, fino all’incipit “io: mi deturpo papà” (p.87), che apre la più profonda lacerazione del libro, quasi una confessione alla Rousseau subito glissata, per pudore, verso l’idioletto, in un versificare dove l’io parlante e l’io parlato s’intrecciano per spiazzare il lettore e distoglierlo da quella piaga personale, che tuttavia non scompare nei testi successivi, mescolandosi invece a considerazioni fattuali (“e tutto fugge sul più bello/ via via e lascialo stare”, p.91), ad incomprensioni amorose (“mi suona la carica e scappa/ si fascia la testa dipinge/ le labbra mi cadono/ lo scopo resta, ai piedi”, p.92), fino a fondersi con l’impossibilità dell’anamnesi (e dunque, appunto, della confessione): “se fosse inenarrabile l’atto”, si chiede l’autore, tentando quasi di giustificare filosoficamente le incompiutezze precedenti, e comunicando invece al lettore quella “medietà ansiosa” che attraversa il libro sin dai primi versi, nei quali l’umana salvezza è cercata circuendo “i sensi”, così da sottometterli alla ragione (p.11). Un libro dunque complesso, questo di Angelo Rendo, stratificato, che tiene insieme scontrosità e apertura, diffidenza per i saperi costituiti ma anche desiderio di rifondarli, in una miscela esplosiva che diventa cifra stilistica ed etica nel contempo, esercizio della finitezza che si mette in gioco fino in fondo. Stefano Guglielmin Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI), dove vive e lavora come insegnante di lettere. Laureato in filosofia, ha pubblicato le sillogi "Fascinose estroversioni" (Quaderni del Gruppo Fara, Bergamo 1985, premio "poesia giovane"), "Logoshima" (Firenze Libri 1988) e "come a beato confine" (Book Editore, Castelmaggiore 2003, premio Lorenzo Montano) ed il saggio "Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento" (Anterem, Verona 2001). Un suo racconto breve è pubblicato su AA.VV., "La lente chiara, la lente scura" (Empirìa, Roma 2002, premio A.M.Ortese). Recentemente sono usciti suoi saggi su Anterem, Pagine, Trame 6, Atelier e YIP. Yale Italian Poetry nonché ha curato una "voce" del volume "I nomi propri dell'ombra", a cura di F.Ermini e S.Baratta (Moretti & Vitali, 2004). Propone per nabanassar, da ottobre 2004, una breve serie di segnalazioni-letture di poeti quarantenni, generazione considerata in ombra nell'attuale panorama letterario.
8 Giugno 2005'POESIA' editore Crocetti di Milano diGiampiero Marano
Angelo Rendo, La medietà Angelo Rendo, La medietà, Nuova Editrice Magenta, Varese 2004, pp. 143, euro 13. Da tempo alcuni fra i più lucidi esponenti della “generazione dell’Ottantanove” (cioè quella dei poeti nati negli anni Settanta, formatasi nell’epoca del crollo del comunismo e forse dell’esaurimento dell’intero ciclo moderno, a cui ha potuto assistere letteralmente in presa diretta) lavorano a una coerente, profonda ricerca che ha ormai anche un nome antico e suggestivo: trobar clus. Mi riferisco in particolare ad autori come Sannelli e Giovenale, nei cui testi appare evidente la volontà di sottrarsi all’egemonia della poesia “chiara” che, affermatasi (a partire dagli anni Ottanta, e dopo lunga incubazione) con il legittimo desiderio di rivalutare la dimensione del tempo e della comunità, non ha mantenuto nessun equilibrio dinamico tra la parola e la res ma si è pericolosamente sbilanciata a favore dell’ultima di queste entrambe indispensabili polarità. Alla promessa di conciliazione implicita nel trobar clus si rifà anche, come già evidenzia il titolo, La medietà dell’esordiente Angelo Rendo, siciliano del ‘76. Nella poesia-problema di Rendo il forte richiamo alla tradizione non si presenta tanto come accidente della forma (ciò che a volte avviene nella poesia degli anni Novanta) quanto nei termini di una realtà sostanziale: e allora l’espressione più riconoscibile di tale rapporto è l’etica, lo stile antagonista che si oppone al mito della leggibilità, all’annullamento della polisemia, alla trasparenza che ignora il conflitto, la tragedia. Questa responsabilità investe l’autore integralmente, chiamandolo addirittura per nome («ci vuole una parola chiara / ed angelo è il suo contrario»), gli impone di scegliere e di schierarsi contro la compiutezza, ben disciplinata ma priva di fughe prospettiche, così caratteristica della parola-immagine: «resto a turbinare fuori / dalla significazione, mi sconsolo / lucido quel che c’è da lucidare / chiamo il fresco a riposare / il pesce a puzzarmi / negli interstizi, fra i denti»». La pars construens viene invece rappresentata dal fluire, ancora piuttosto acerbo nonostante l’auspicabile anelito alla forma («leccare il seme, farsi / pianta»), di un’energia che veicola la tragica «decisione di non essere indulgenti» cara a Milo De Angelis: «perché non sondiamo l’eroe, / il governo esploso?», si chiede infatti Rendo. A una così impegnativa interrogazione corrisponde non un movimento di esplorazione/aggressione indirizzato verso l’esterno ma il tentativo di sondare l’altro e l’interiore, di scoprire dentro sé «come il tuo corpo contiene tuo / fratello, accucciato nell’estasi / dormiente, che ti fa scavo e / non senti…» (immagine di derivazione sapienziale che, a parte l’evidente diversità di registro, può essere utilmente confrontata con un testo di Magrelli da Nature e venature: «Una scissura, / la stessa che riga le forme / stampate nella plastica, / divide me in due versanti (…) Anche in certe condanne / il vivo veniva legato a un cadavere») – un proposito, questo, che conduce la poesia di Rendo fino alle soglie del silenzio in un tempo sospeso e circolare, «fermo fermo». Ne deriva un’occupazione dello spazio letterario coraggiosamente apodittica e antinarrativa («dal volere, trarre, del sapere / l’annuire: un gesto e tramonto»), sempre in bilico tra il nulla e la rappresentazione, quindi del tutto analoga sotto questo aspetto alla dialettica visionaria “moto”-“quiete” tipica di Dino Campana: «come il miraggio ruppe il ritmo, / lo riconsacrò, il ritmo, venne / compiuta la stasi», scrive Rendo, rievocando peraltro gli “spazi metrici” sonori di Amelia Rosselli. Proprio per questa via, attraverso la riscoperta della musica della parola non parafrasabile, la gaia arte della medietà può dire di sì alla poesia, alla vita: «che si possa / che simile sapere / sciolga ritmi, / emicicli in testa».
25 Maggio 2005Marina Pizzi diNicola Ponzio
Gli ospiti e i luoghi Leggo la pulizia di un poeta, finalmente. Il nitore della parola di Ponzio sa far sì che la lanugine degli alberi torni a commuovere: “Parlato l’albero nessuno/parla più./Sconveniente è il dialogo.” In un mondo sfinito per colpa e ladrocinio, la scaturigine del battere del polso trova una natura d’ombra e coro minuscolo, presenza lieve più del lieve. Ma, “Mattino. Le ore/e il dolore/in un unico impegno.” In questa piccola patria di globo senza seme, l'Italia nel mondo, il verso nitido di Ponzio sa narrare in accenno la trama di vinti santi, santi del lume che si affeziona senza nulla promettere, orlo che non si scuce nonostante il peso di sassi in tasca. L’amore sotteso si fa eco, un bambino di passo, una mano alla tempia. Hölderlin ne sa qualcosa, i pastori riposano senza uccisioni. Non si creda ad un ozio letterario, ma: “Soltanto l’azione rende viva/ la tagliente intimità della poesia”. Questo “Gli ospiti e i luoghi” di Nicola Ponzio edito dalla Nuova Editrice Magenta di Varese, sa far sussurrare gli angoli.